Due degli uomini più influenti nell’industria dell’intelligenza artificiale si trovano oggi su posizioni opposte riguardo a uno dei temi più delicati del momento: l’impatto dell’AI sul mercato del lavoro. Da un lato, Sam Altman, CEO di OpenAI, ha dichiarato di essersi sbagliato nelle sue previsioni sull’apocalisse occupazionale causata dall’AI. Dall’altro, Chris Olah, co-fondatore di Anthropic, ha ribadito durante la conferenza sull’etica dell’AI organizzata in Vaticano che il rischio di una disoccupazione tecnologica su larga scala è ancora reale e concreto. Il dibattito, acceso da dichiarazioni rilasciate tra il 26 e il 27 maggio 2026 e riportate da Axios e Time, riaccende un confronto che non ha ancora una risposta definitiva.
Altman fa marcia indietro: “Mi sbagliavo sull’impatto sull’occupazione”
Sam Altman non è nuovo a posizioni nette sull’impatto dell’AI sul lavoro. In passato aveva previsto che l’intelligenza artificiale avrebbe eliminato intere categorie di lavoro entry-level nel settore del lavoro intellettuale, con un impatto visibile in tempi relativamente brevi. Ora, in un’uscita pubblica che ha fatto molto discutere, ha sostanzialmente smentito se stesso: “Sono stato sbagliato su questo, e sono felice di esserlo. Pensavo che ci sarebbe stato un impatto maggiore sui lavori entry-level del lavoro intellettuale di quanto sia effettivamente avvenuto finora.”
Le parole di Altman non rappresentano solo una revisione personale, ma segnalano un cambiamento più ampio nel modo in cui i vertici delle grandi aziende AI comunicano pubblicamente il loro prodotto. Descrivere l’AI come un distruttore di posti di lavoro crea pressioni regolatorie, alimenta la resistenza dei lavoratori e complica le relazioni con i governi. Descriverla come un moltiplicatore di produttività, invece, è molto più rassicurante per tutti gli stakeholder, inclusi gli investitori.
Il contesto dell’IPO: quanto pesa sulla narrativa pubblica
Non si può non notare che questa revisione narrativa avvenga in un momento specifico. OpenAI si prepara alla quotazione in Borsa con una valutazione potenziale vicina al trilione di dollari. In questo contesto, affermare che l’AI sta eliminando masse di lavoratori sarebbe un ottimo modo per crearsi problemi politici, normativi e di immagine proprio nel momento in cui si cerca di massimizzare la fiducia del mercato. Non si tratta necessariamente di cinismo: può anche essere che i dati abbiano effettivamente smentito le previsioni più pessimistiche. Ma la coincidenza temporale vale la pena essere notata.
Il controcanto di Anthropic: il rischio di dislocazione occupazionale è reale
Mentre Altman ammorbidisce i toni, il co-fondatore di Anthropic Chris Olah sceglie il Vaticano come palcoscenico per una posizione molto più preoccupata. Olah ha dichiarato che “esiste una possibilità reale che l’AI sposti il lavoro umano su scala molto ampia”, usando un linguaggio che non lascia spazio a molte interpretazioni. Si tratta di una posizione in controtendenza rispetto alla narrativa dominante di queste settimane, ma che riflette una preoccupazione genuina condivisa da molti ricercatori e studiosi del mercato del lavoro.
È interessante notare che anche il CEO di Anthropic, Dario Amodei, aveva in precedenza sostenuto la possibilità di una riduzione del 50% dei lavori intellettuali entry-level causata dall’AI. Nelle settimane più recenti anche Amodei ha ammorbidito i toni, ma la posizione di fondo rimane più cauta e preoccupata rispetto a quella di Altman. Anthropic, in sostanza, continua a credere che il rischio di un impatto occupazionale significativo esista, anche se le tempistiche siano più difficili da prevedere di quanto si pensasse.
Cosa dicono i dati: il mercato del lavoro fino ad oggi
Al di là delle posizioni dei CEO, esistono dati empirici su cui basare una valutazione più oggettiva. Il Yale Budget Lab ha pubblicato a maggio 2026 uno studio che analizza l’andamento del mercato del lavoro fino a marzo 2026, cercando segni di un impatto misurabile dell’AI sull’occupazione. La conclusione è relativamente rassicurante nel breve termine: non ci sono ancora variazioni significative nei tassi di disoccupazione per i lavoratori impiegati in settori con alta esposizione all’AI, e l’AI non sembra essere la causa principale del rallentamento del mercato del lavoro osservato in alcuni settori.
Questo è esattamente il tipo di dato che Altman cita a supporto della sua revisione. Ma va letto con attenzione: l’assenza di un impatto visibile fino a oggi non garantisce che non ci sarà un impatto nel futuro prossimo. L’AI generativa di prima generazione era ancora relativamente limitata nelle sue capacità di sostituzione di compiti complessi; i modelli attuali, come quelli presentati da Google al Google I/O 2026, sono significativamente più capaci. L’impatto strutturale potrebbe arrivare con un ritardo rispetto alla diffusione degli strumenti.
I lavori più esposti: cosa sappiamo fino ad oggi
La ricerca sull’impatto dell’AI sull’occupazione identifica alcune categorie di lavoro più esposte di altre a processi di automazione o trasformazione. I lavori più a rischio di sostituzione diretta tendono ad essere quelli che implicano compiti altamente ripetitivi, anche se intellettuali: data entry, analisi di documenti standardizzati, produzione di testi di routine, trascrizione, classificazione. I lavori che implicano giudizio complesso, relazioni interpersonali, creatività non standardizzata o competenze fisiche non riproducibili mostrano una resilienza maggiore.
Il vero nodo, però, non è la sostituzione diretta ma la trasformazione. Molti lavori non scompaiono, si trasformano: il contabile che oggi passa quattro ore al giorno a elaborare dati potrebbe farne una in futuro, liberando tempo per attività di analisi e consulenza che richiedono giudizio umano. Se questa transizione avviene gradualmente e con un sistema di formazione adeguato, può essere gestita senza crisi occupazionali. Se avviene troppo rapidamente, il risultato potrebbe essere una dislocazione dolorosa per molti lavoratori.
La prospettiva per chi lavora oggi: come prepararsi
Il dibattito tra Altman e Olah, al di là delle sue implicazioni politiche, pone una domanda pratica a chiunque lavori in settori con alta esposizione all’AI: cosa fare adesso? La risposta più solida che emerge dalla letteratura e dall’esperienza pratica è quella di investire nella comprensione e nell’uso attivo degli strumenti AI, non per paura di essere sostituiti, ma per posizionarsi come qualcuno che li usa con efficacia piuttosto che come qualcuno che li subisce passivamente.
Capire cos’è e come funziona davvero l’intelligenza artificiale, al di là dei titoli di giornale, è il primo passo. Per questo ti consigliamo di leggere la nostra guida introduttiva su cos’è e come funziona l’intelligenza artificiale, che offre una base solida per navigare questo panorama in rapida evoluzione.
L’Europa e la regolamentazione del lavoro nell’era AI
Mentre il dibattito tra CEO si svolge principalmente negli Stati Uniti, l’Europa si trova in una posizione peculiare: è la prima grande giurisdizione ad aver approvato una regolamentazione organica sull’AI, con l’AI Act che prevede già oggi obblighi di trasparenza sui sistemi usati in ambiti lavorativi ad alto rischio. Questo significa che le aziende europee che usano AI nei processi di selezione, valutazione o gestione del personale devono rispettare requisiti stringenti, indipendentemente da cosa pensino Altman o Olah sul futuro dell’occupazione. La questione del lavoro e dell’AI, in Europa, non è solo un dibattito filosofico: è già una questione normativa con conseguenze concrete per chi non si adegua.
Conclusioni: due visioni del futuro, una sola responsabilità
Il dibattito tra Sam Altman e Chris Olah non si risolverà presto, e probabilmente non ha una risposta univoca. L’impatto dell’AI sull’occupazione dipenderà da variabili difficili da prevedere: la velocità di sviluppo dei modelli, la regolamentazione, le scelte politiche sui sistemi di welfare e riqualificazione, la capacità delle aziende di re-impiegare i lavoratori in mansioni più alte nel valore aggiunto.
Quello che è certo è che aspettare di capire chi ha ragione non è una strategia. Che il futuro del lavoro con l’AI sia roseo o preoccupante, la cosa più sensata che puoi fare oggi è capire questi strumenti in profondità, sperimentarli nella tua attività e costruire competenze che ti rendano più prezioso, non meno, in un mondo in cui l’AI è presente ovunque. Il momento migliore per iniziare era ieri; il secondo momento migliore è adesso.
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