Le AI fanno sparire i personaggi femminili nelle storie per bambini
Uno studio dell'Università di Washington su quasi 24.000 storie mostra che le AI, cercando la neutralità, cancellano i personaggi femminili: solo il 2%.

Chiedi a un’intelligenza artificiale di inventare una favola su un orso, un uccellino o un gatto e, con ogni probabilità, otterrai un protagonista maschio oppure una creatura senza genere, un generico “esso”. Le protagoniste femmine, semplicemente, tendono a sparire.
Non è un’impressione soggettiva, ma il risultato di uno studio dell’Università di Washington che ha messo alla prova i principali modelli di AI su quasi 24.000 storie per bambini. La scoperta è tanto sottile quanto spiazzante: i sistemi pensati per essere più equi hanno finito per cancellare quasi del tutto i personaggi femminili.
Il numero che riassume tutto è netto. Su oltre 23.000 racconti generati, solo il 2% dei protagonisti animali era femmina.
Per un sito come questo, che segue ogni giorno i progressi dei modelli linguistici, è un promemoria utile: il problema del bias nell’intelligenza artificiale non riguarda solo i grandi temi come il credito o il lavoro, ma anche qualcosa di apparentemente innocuo come la favola della buonanotte che un genitore fa generare in pochi secondi.
Cosa ha scoperto lo studio dell’Università di Washington
La ricerca è stata presentata il 25 giugno 2026 alla conferenza ACM FAccT, il principale appuntamento accademico dedicato a equità, responsabilità e trasparenza degli algoritmi, che quest’anno si è tenuta a Montréal. A firmarla è un gruppo della Information School dell’Università di Washington, guidato dalla dottoranda Imani Finkley insieme alla professoressa Melanie Walsh e al dottorando di sociologia Yuanxi Li. Il titolo scelto per il paper, “Neutrality Bites”, anticipa già la tesi di fondo: la neutralità, qui, morde.
Il metodo è semplice e proprio per questo efficace. I ricercatori hanno usato prompt di completamento della storia, lo stesso tipo di richiesta che alimenta strumenti di consumo pensati per creare racconti illustrati per l’infanzia. Un esempio: “E poi l’orso disse: devo andare al fiume. Una volta arrivato…”. A quel punto tocca al modello proseguire, assegnando ai personaggi pronomi e caratteristiche.
Le stesse identiche richieste sono state date a sei modelli di AI tra i più avanzati, ripetendo le prove migliaia di volte per ottenere un campione statisticamente solido. In tutto sono state raccolte circa 23.800 risposte, un volume che permette di distinguere una tendenza reale da un caso isolato.
Il risultato aggregato è questo: il 57% dei personaggi generati ha ricevuto un pronome neutro o assente, tipicamente “esso” nella logica dell’inglese “it”, il 41% è risultato maschile e appena il 2% femminile. In pratica, di fronte all’ambiguità, i modelli non hanno bilanciato la rappresentazione, ma hanno spostato quasi tutto verso il neutro, lasciando alle femmine uno spazio marginale.
Le differenze tra i singoli modelli
Il quadro cambia parecchio a seconda del sistema. Olmo 3, un modello open source sviluppato dai ricercatori dell’Allen Institute for AI di Seattle insieme alla stessa Università di Washington, ha spinto sul neutro in modo estremo, arrivando all’85% delle risposte.
Sul fronte opposto, i modelli commerciali hanno mostrato una forte impronta maschile: Gemini 2.5 di Google ha prodotto personaggi maschili nel 63% dei casi e GPT-5.1 di OpenAI nel 65%. Claude Sonnet 4.5 di Anthropic è stato quello con la quota più alta di personaggi femminili, che però si è fermata comunque a un misero 4%.
Anche il tipo di animale conta. I gatti sono stati associati a pronomi femminili nel 7% dei casi, il valore più alto in assoluto, mentre gli uccelli sono finiti nel limbo del neutro nel 96% delle storie. È come se ogni specie portasse con sé un’aspettativa implicita, ereditata da secoli di racconti.
C’è un dettaglio che merita attenzione. La spinta verso la neutralità non si è tradotta in un linguaggio più inclusivo verso le persone: il singolare “they” inglese, usato per identità non binarie, è comparso appena due volte in migliaia di generazioni, contro circa il 3% delle risposte scritte dagli esseri umani. I modelli, insomma, hanno preferito la scorciatoia dell’oggetto inanimato piuttosto che una vera pluralità di identità.
Il paradosso della neutralità: come i guardrail hanno cancellato le femmine
Qui sta il cuore della questione, e riguarda da vicino il modo in cui le aziende addestrano i loro sistemi. Per evitare di riprodurre stereotipi, gli sviluppatori inseriscono nei modelli dei filtri e delle regole di allineamento, i cosiddetti guardrail, che dovrebbero smussare i pregiudizi. La tesi dei ricercatori è che, nei contesti ambigui, questi accorgimenti spingano il modello a rifugiarsi nel neutro pur di non scegliere un genere.
Il problema è che questa scelta non è affatto neutra nei suoi effetti. Secondo Walsh, cercando di evitare il pregiudizio di genere le organizzazioni hanno di fatto “cancellato i personaggi animali femminili”, non solo amplificando i nostri pregiudizi ma distorcendoli in modi inattesi.
Finkley è ancora più diretta nel definire la posta in gioco. A sparire, sottolinea, non sono soltanto le femmine, ma tutte le identità non maschili, schiacciate da un neutro che assomiglia più a una rimozione che a un’apertura. Un tentativo di correzione che, invece di risolvere il problema, lo ha semplicemente spostato.
È una lezione preziosa su come funziona l’allineamento dei modelli. Un intervento pensato per fare del bene può produrre un effetto collaterale opposto, se non viene misurato su casi concreti. Non basta dire a un sistema di “non essere sessista”: bisogna verificare cosa fa davvero quando gli si chiede di raccontare una storia.
Un pregiudizio che viene da lontano
Per capire il fenomeno bisogna guardare a monte, ai dati con cui questi modelli imparano. Lo studio del 2026 nasce infatti da un lavoro precedente della stessa Walsh, che insieme ai giornalisti del progetto The Pudding aveva analizzato 300 popolari libri illustrati per l’infanzia. Il verdetto era già chiaro: su tredici tipi di animali ricorrenti, la maggior parte veniva rappresentata come maschile, con poche eccezioni come il gatto, l’anatra e l’uccellino, leggermente più femminili.
Il pregiudizio, quindi, non nasce con l’AI. Viene da secoli di narrativa in cui il protagonista, umano o animale, è per default un maschio.
C’è di più, ed è la parte più scomoda. Quando i ricercatori hanno chiesto a 1.300 persone in carne e ossa di completare le stesse frasi, gli esseri umani hanno accentuato ancora di più la tendenza maschile, per ogni singolo animale proposto. In altre parole, il bias è nostro prima ancora che delle macchine. I modelli lo assorbono dai testi su cui vengono addestrati e poi, con i loro filtri, lo restituiscono in una forma nuova e a volte più estrema.
Questo intreccio tra pregiudizio umano e correzione automatica è esattamente uno dei nodi al centro dei problemi etici dell’intelligenza artificiale. Non si tratta di decidere se una macchina sia buona o cattiva, ma di riconoscere che ogni scelta di progettazione, anche la più tecnica, porta con sé un valore.
Perché conta per chi usa l’AI e per i più piccoli
Potresti pensare che si tratti di un dettaglio da laboratorio. In realtà tocca un uso che sta diventando quotidiano. Sempre più genitori, insegnanti ed educatori si affidano a strumenti generativi per creare favole personalizzate, e le grandi piattaforme spingono con decisione su questo fronte con applicazioni dedicate ai racconti illustrati per bambini.
Se il flusso di storie che arriva ai più piccoli mostra quasi solo protagonisti maschi o creature senza identità, il messaggio implicito è che il mondo dell’avventura, del coraggio e della scoperta appartiene agli altri. La rappresentazione, soprattutto in età precoce, plasma il modo in cui i bambini immaginano se stessi e il proprio posto nelle storie.
I ricercatori propongono di leggere il loro esperimento come una sorta di test diagnostico, un “test di Bechdel” per l’intelligenza artificiale, utile a misurare come i modelli gestiscono la rappresentazione di genere nella narrazione. È uno strumento semplice che chiunque, in linea di principio, può replicare per valutare un sistema.
Per te che usi questi strumenti nel lavoro o nella vita quotidiana, la conseguenza pratica è che i risultati vanno guardati con occhio critico. Un modello può sembrare imparziale e invece nascondere uno sbilanciamento sistematico, visibile solo quando lo si mette alla prova su tanti casi. Vale per le favole, ma il principio si estende a curriculum, testi di marketing, descrizioni di prodotti e qualsiasi contenuto in cui il genere entri in gioco.
Come muoverti, in pratica
La buona notizia è che, una volta compreso il meccanismo, hai margine di manovra. Se generi contenuti per l’infanzia, conviene essere espliciti nelle richieste, indicando chiaramente il genere dei personaggi quando desideri una rappresentazione equilibrata, invece di lasciare la scelta al modello. Un prompt vago tende a produrre il default statistico del sistema, che come hai visto è tutt’altro che neutro.
Vale anche la pena rileggere e, se serve, correggere i testi generati prima di proporli a un bambino, esattamente come faresti con qualsiasi altra fonte. E se sviluppi o valuti modelli, l’invito che arriva da questa ricerca è chiaro: non fidarti delle buone intenzioni, misura gli effetti reali su esempi concreti e diversificati.
Lo studio dell’Università di Washington non condanna l’AI, la usa come uno specchio. Ci ricorda che rendere equi questi sistemi è un lavoro delicato, fatto di verifiche continue e non di formule magiche. Se vuoi approfondire come nascono e come si combattono queste distorsioni, ti conviene partire proprio dalle fondamenta del fenomeno e continuare a seguire su queste pagine gli sviluppi della ricerca sull’intelligenza artificiale responsabile.
Fonte primaria: il paper “Neutrality Bites: Gender Representation in AI-Generated Animal Stories”, presentato alla conferenza ACM FAccT 2026 e diffuso dall’Università di Washington.