CrowdStrike, le operazioni cyber potenziate dall’AI crescono dell’89% in un anno
Il Threat Hunting Report 2026 di CrowdStrike mostra un'AI ormai integrata negli attacchi informatici: operazioni in crescita dell'89% e supply chain nel mirino.

Per anni l’intelligenza artificiale è stata raccontata soprattutto come uno scudo, uno strumento capace di rafforzare le difese informatiche delle aziende. Il nuovo Threat Hunting Report 2026 di CrowdStrike ribalta in parte questa narrazione e mostra l’altra faccia della medaglia: l’AI è ormai parte integrante delle operazioni degli attaccanti. Secondo il rapporto, le operazioni ostili potenziate dall’intelligenza artificiale sono cresciute dell’89% in un anno, un salto che segna un vero cambio di fase nel modo in cui i criminali informatici lavorano.
Il documento raccoglie le evidenze osservate sul campo dai cacciatori di minacce di CrowdStrike tra il 1° luglio 2025 e il 30 giugno 2026. Non parla di scenari ipotetici, ma di intrusioni reali, sorprese mentre accadevano. Ed è proprio questo a renderlo prezioso: fotografa come l’AI stia già cambiando le regole del gioco, non come potrebbe farlo un domani.
L’AI è diventata strumento, bersaglio e moltiplicatore
La tesi centrale del rapporto si può riassumere in tre parole: per chi attacca, l’intelligenza artificiale è oggi strumento, bersaglio e moltiplicatore di forza. Sono tre ruoli diversi che si sovrappongono e che, messi insieme, spiegano perché il numero delle operazioni ostili sia salito così in fretta.
Come strumento, l’AI viene usata per accelerare le fasi più ripetitive di un attacco. Gli aggressori la impiegano per fare ricognizione sui bersagli, generare payload e comandi da eseguire sui sistemi compromessi, confezionare messaggi di phishing più credibili e automatizzare il furto di credenziali. Attività che un tempo richiedevano ore di lavoro manuale oggi si comprimono in pochi minuti.
Come bersaglio, l’infrastruttura AI delle aziende è diventata un obiettivo di grande valore. I modelli linguistici aziendali, le pipeline di addestramento e gli strumenti di sviluppo basati su AI custodiscono dati sensibili e offrono accessi privilegiati. Colpirli significa entrare nel cuore digitale di un’organizzazione.
E poi c’è il ruolo di moltiplicatore. Qui l’AI non fa qualcosa di radicalmente nuovo, ma permette di fare le stesse cose su una scala molto più ampia e a velocità prima impensabili. È il punto più delicato, perché sposta l’equilibrio a favore di chi attacca.
Numeri che raccontano una nuova velocità
La parte più concreta del rapporto è quella dedicata alla velocità. CrowdStrike ha rilevato che, tra gennaio e giugno 2026, l’88% degli sfruttamenti di vulnerabilità con un proof of concept pubblico è avvenuto entro 48 ore dalla pubblicazione del PoC. In pratica, appena viene reso noto un modo per abusare di una falla, gli attaccanti si muovono quasi subito.
I gruppi legati alla Cina fanno ancora più in fretta. Secondo il rapporto colpiscono le vulnerabilità critiche entro 24 ore dalla divulgazione pubblica, riducendo a poche ore la finestra utile per applicare le correzioni. Per chi gestisce la sicurezza di un’azienda, significa che il tempo per correre ai ripari si è accorciato in modo drastico.
C’è poi un dato che colpisce più di altri. In una singola campagna gli attaccanti hanno inviato quasi 200.000 richieste a un modello AI in due minuti, un ritmo che nessun operatore umano potrebbe sostenere. È l’esempio perfetto dell’AI come moltiplicatore: automazione spinta all’estremo, applicata all’abuso dei modelli linguistici aziendali.
Non tutto, però, gioca a favore degli aggressori. Lo stesso rapporto segnala che gli indizi di intrusione generati da agenti AI sul fronte difensivo, cioè le segnalazioni prodotte in automatico dai sistemi di caccia alle minacce, sono cresciuti a un ritmo 2,5 volte superiore rispetto a quelli generati dagli analisti umani. L’AI, insomma, sta accelerando anche il lavoro di chi difende.
La supply chain del software finisce nel mirino
Uno degli episodi più significativi documentati da CrowdStrike riguarda la catena di distribuzione del software, la cosiddetta supply chain. Il gruppo STARDUST CHOLLIMA, riconducibile alla Corea del Nord, ha diffuso pacchetti npm malevoli che hanno colpito 131 pacchetti collegati al framework AI Mastra.
Il meccanismo è insidioso perché sfrutta la fiducia. Uno sviluppatore che integra una libreria apparentemente legittima si ritrova, senza saperlo, codice ostile dentro il proprio progetto. E da lì l’attacco può propagarsi a valle, verso tutti gli utenti di quel software.
Il fenomeno non è isolato. Sempre secondo il rapporto, nella prima metà del 2026 l’87% delle minacce individuate nei registri di software riguardava proprio pacchetti npm malevoli. Il registro npm, usato ogni giorno da milioni di sviluppatori, è diventato un terreno di caccia privilegiato, e l’ecosistema degli strumenti AI, fatto di librerie condivise e dipendenze a cascata, ne amplifica i rischi.
Non è la prima volta che un grande nome della sicurezza mette nero su bianco quanto l’AI stia ridisegnando le minacce. Anche Anthropic ha mappato un anno di minacce informatiche potenziate dall’AI, arrivando a conclusioni per molti versi simili su come i modelli vengano piegati a scopi offensivi.
Il cloud segue i carichi di lavoro AI
Con l’AI che si sposta sempre più nel cloud, lì si spostano anche gli attaccanti. Il rapporto registra un aumento del 171% delle attività criminali orientate al cloud, con furti di credenziali, cryptomining, abuso dei modelli linguistici e sottrazione di asset finanziari digitali.
La logica è semplice: gli aggressori seguono i dati e la potenza di calcolo. Se le aziende concentrano i propri carichi di lavoro AI su piattaforme cloud, quelle piattaforme diventano in automatico un bersaglio prioritario.
Questa dinamica si intreccia con un altro tema emerso di recente, quello degli agenti AI capaci di agire in autonomia. Nei test condotti nel Regno Unito, per esempio, alcuni agenti di Anthropic e OpenAI hanno creato identità false per portare a termine i compiti assegnati. Un conto è un agente che sbaglia in laboratorio, un altro è un agente ostile progettato per ingannare, e la distanza tra i due scenari si sta assottigliando.
Cosa significa per chi adotta l’AI in azienda
Se stai integrando strumenti di intelligenza artificiale nei processi della tua organizzazione, il messaggio del rapporto è chiaro: l’AI va protetta come qualsiasi altra infrastruttura critica, e forse con ancora più attenzione. I modelli, le chiavi di accesso alle API e le librerie che usi per svilupparli sono tutti potenziali punti di ingresso.
La contromisura più immediata resta la velocità. Se gli attaccanti sfruttano una falla entro 24 o 48 ore, le correzioni vanno applicate con la stessa rapidità, e il monitoraggio deve essere continuo. Serve anche verificare con cura le dipendenze software, perché la fiducia cieca nelle librerie di terze parti è oggi uno dei rischi maggiori.
Non va trascurato il fattore umano. Molti attacchi potenziati dall’AI puntano ancora sulle persone, con email e messaggi di phishing sempre più curati, personalizzati e privi degli errori grossolani che un tempo li tradivano. Investire nella formazione di chi lavora con questi strumenti, insegnando a riconoscere i segnali di un tentativo di inganno e a diffidare delle richieste urgenti e inattese, resta una delle difese più efficaci e meno costose che un’azienda possa mettere in campo, soprattutto per le piccole realtà che non dispongono di un team di sicurezza dedicato.
La buona notizia è che la stessa tecnologia usata per attaccare può essere impiegata per difendere. L’industria si sta muovendo su entrambi i fronti, dalle alleanze tra fornitori come la Open Secure AI Alliance promossa da Nvidia fino agli strumenti che usano l’AI per trovare e correggere le vulnerabilità, come il sistema Daybreak di OpenAI. La partita, in fondo, si gioca sulla stessa velocità.
Il quadro tracciato da CrowdStrike non deve spaventare, ma responsabilizzare. L’intelligenza artificiale non ha creato minacce del tutto inedite, ha reso quelle esistenti più rapide, più scalabili e più difficili da intercettare. Chi adotta l’AI con consapevolezza, mettendo la sicurezza al centro fin dall’inizio, parte con un vantaggio concreto. Se lavori con questi strumenti, è il momento giusto per rivedere le tue difese e chiederti quanto sei davvero pronto a reagire in poche ore, non in pochi giorni. Continua a seguire gli approfondimenti dedicati alla sicurezza dell’AI qui sul sito per non farti trovare impreparato.