Intelligenza artificiale ed educazione, tema dei nuovi decreti italiani
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Intelligenza artificiale a scuola e nelle professioni: cosa prevedono i nuovi decreti italiani

Il 10 giugno 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato, in esame preliminare, due schemi di decreto legislativo che danno attuazione alla legge 132 del 2025, la prima norma italiana dedicata interamente all’intelligenza artificiale. È un passaggio meno appariscente di un nuovo modello di OpenAI o di Google, ma per il nostro Paese conta molto di più, perché trasforma i principi generali fissati lo scorso anno in regole operative destinate a toccare la scuola, le libere professioni e la pubblica amministrazione. Se lavori con l’AI ogni giorno, o anche solo la usi per produrre contenuti e velocizzare attività, vale la pena capire cosa sta per cambiare e perché queste disposizioni potrebbero incidere sulla tua formazione e sul tuo lavoro più di quanto immagini.

Dalla legge 132 del 2025 ai decreti attuativi: come funziona il meccanismo

Per orientarti serve un minimo di contesto sul percorso normativo. La legge 132 del 2025, intitolata “Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale”, non era un testo immediatamente operativo in ogni sua parte. Conteneva principi, definizioni e una serie di deleghe, cioè di mandati con cui il Parlamento ha incaricato il Governo di scrivere, entro tempi stabiliti, i decreti legislativi che riempiono di contenuto quelle indicazioni. Gli schemi approvati il 10 giugno sono esattamente questo: i primi tasselli attuativi che traducono la cornice in obblighi concreti.

Un altro elemento da tenere a mente è il rapporto con l’Europa. L’Italia non legifera nel vuoto, ma dentro il perimetro tracciato dal Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, il cosiddetto AI Act (Regolamento UE 2024/1689), che resta la fonte sovraordinata. I decreti italiani servono quindi a calare nel nostro ordinamento i principi europei, aggiungendo regole su ambiti che restano di competenza nazionale, come l’istruzione, la sanità, il lavoro e l’organizzazione delle professioni. Trattandosi di un esame preliminare, il percorso non è concluso: i testi dovranno ora ricevere i pareri delle commissioni parlamentari competenti prima di tornare in Consiglio dei ministri per l’approvazione definitiva. È un dettaglio procedurale, ma spiega perché alcuni contenuti potranno ancora essere limati.

Il principio antropocentrico al centro di tutto

Il filo conduttore dei provvedimenti è quello che i testi definiscono approccio antropocentrico. Significa che l’intelligenza artificiale viene considerata uno strumento al servizio della persona, capace di sostenere l’insegnamento, i servizi e l’attività professionale, ma che non può sostituire la responsabilità umana né comprimere i diritti fondamentali. È una formula che ritroverai spesso anche nei documenti europei, e che ha conseguenze pratiche: la decisione finale, la firma, la valutazione clinica o didattica devono restare in capo a una persona, mentre l’AI resta un supporto. Per chi teme un futuro in cui gli algoritmi decidono al posto nostro, è un paletto rilevante.

L’intelligenza artificiale entra ufficialmente a scuola

La parte più visibile dei decreti riguarda l’istruzione. L’idea di fondo è che l’alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale diventi un obiettivo diffuso e strutturale, non un’iniziativa lasciata alla buona volontà del singolo istituto. In concreto, l’AI viene integrata nei percorsi scolastici sotto due profili: come contenuto da studiare, per capire cosa sono questi sistemi e quali limiti hanno, e come strumento per innovare la didattica. L’intelligenza artificiale trova spazio nei programmi, nell’educazione civica e nei percorsi STEAM, quelli che uniscono scienze, tecnologia, ingegneria, arti e matematica.

Un capitolo specifico è dedicato agli insegnanti. La formazione del personale docente diventa obbligatoria e abbraccia gli aspetti tecnici, etici, giuridici e di protezione dei dati. È una scelta sensata, perché non ha senso portare l’AI in aula se chi insegna non ha gli strumenti per usarla in modo consapevole e per spiegarne rischi e opportunità. Accanto a questo, le disposizioni prevedono un piano, dotato secondo le ricostruzioni della stampa specializzata di risorse nell’ordine dei 100 milioni di euro, pensato per contrastare i rischi legati ai social network, alle piattaforme digitali e all’uso improprio dell’intelligenza artificiale da parte dei minori. È il segnale che il legislatore guarda con attenzione non solo alle potenzialità della tecnologia, ma anche al suo lato problematico quando entra in contatto con i più giovani.

Per capire perché questo tema è così delicato può aiutarti ripassare cos’è e come funziona davvero un’intelligenza artificiale, perché molte paure e molte aspettative eccessive nascono proprio da una comprensione approssimativa di queste tecnologie. Portare a scuola un linguaggio comune e accurato è probabilmente l’effetto più duraturo di questi decreti.

Cosa cambia per i professionisti e gli ordini

Se sei un libero professionista, questa è la sezione che ti riguarda più da vicino. I decreti introducono l’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale sia nella formazione iniziale sia in quella continua. Tradotto: l’aggiornamento professionale su questi temi non sarà più un di più facoltativo, ma una componente attesa del percorso di chi esercita una professione. Gli ordini professionali, secondo quanto previsto, dovranno aggiornare i propri regolamenti entro un termine di sei mesi, inserendo obblighi di alfabetizzazione che coprano i profili tecnici, giuridici ed etici dell’AI.

Il senso è duplice. Da un lato si vuole garantire che avvocati, commercialisti, giornalisti, consulenti, medici e tutte le altre categorie sappiano usare l’intelligenza artificiale rispettando le regole deontologiche e la riservatezza dei clienti. Dall’altro si punta a colmare il divario di competenze che oggi separa chi sperimenta questi strumenti da chi li ignora. Chi già integra l’AI nel proprio flusso di lavoro, magari per la ricerca, la stesura di bozze o l’analisi dei dati, si troverà avvantaggiato, ma dovrà comunque prestare attenzione agli aspetti di trasparenza e di tutela dei dati personali, che restano un terreno scivoloso.

Su quest’ultimo punto è utile ricordare che il quadro italiano si sta componendo a più livelli. Solo di recente il Garante per la protezione dei dati personali aveva fissato dei paletti per le aziende, come abbiamo raccontato parlando delle prime linee guida italiane sull’uso dell’AI generativa nelle aziende. I decreti sulla formazione e le indicazioni del Garante vanno letti insieme, perché disegnano un ecosistema in cui competenza e conformità procedono di pari passo.

Perché questi decreti contano, anche fuori dai confini italiani

Potresti chiederti perché dare peso a un provvedimento ancora in fase preliminare. La risposta sta nella direzione del movimento. Negli ultimi mesi la governance dell’intelligenza artificiale è diventata un tema centrale anche ai massimi tavoli internazionali, tanto che per la prima volta i vertici dei principali laboratori si sono confrontati con i leader politici, come abbiamo visto quando i CEO di OpenAI, Google DeepMind e Anthropic hanno partecipato al G7. In questo scenario, l’Italia prova a posizionarsi non solo come utilizzatrice di tecnologie sviluppate altrove, ma come Paese capace di darsi regole proprie su scuola, professioni e tutela dei minori.

C’è poi una questione di equilibrio. La sfida di qualunque regolamentazione sull’AI è non soffocare l’innovazione mentre si proteggono i diritti delle persone. I decreti italiani provano a tenere insieme le due esigenze puntando sulla formazione, che è probabilmente la leva meno invasiva e più lungimirante: invece di vietare, si cerca di rendere cittadini e professionisti capaci di usare bene strumenti che ormai sono ovunque, da ChatGPT agli assistenti integrati nei software di uso quotidiano. È un approccio che richiede tempo per dare frutti, ma che può rivelarsi più solido di qualsiasi divieto.

Conclusioni

I due schemi di decreto approvati il 10 giugno 2026 segnano l’inizio della fase concreta della legge italiana sull’intelligenza artificiale. Le parole chiave sono alfabetizzazione, formazione e responsabilità umana: l’AI entra a scuola come materia e come strumento, diventa parte dell’aggiornamento professionale obbligatorio e resta, nelle intenzioni del legislatore, un supporto e non un sostituto delle persone. Restano da definire i dettagli, perché i testi devono ancora completare l’iter parlamentare, ma la rotta è tracciata.

Il consiglio, se ti occupi di AI o se semplicemente vuoi restare al passo, è di non aspettare che gli obblighi diventino definitivi per iniziare a formarti. Continua a seguirci per capire come evolverà la normativa e come sfruttare al meglio gli strumenti di intelligenza artificiale nel tuo lavoro: la competenza, oggi più che mai, è il vero vantaggio competitivo.

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