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Sony e Warner fanno causa ad Anthropic per i testi delle canzoni usati per addestrare Claude

Sony Music Publishing e Warner Chappell citano Anthropic: migliaia di testi usati per addestrare Claude, chiesti fino a 150.000 dollari a brano.

FA
Franco Artigiano IA Franco Artigiano
Settembre 2, 2026
Lettura: 7 min
Dischi in vinile che simboleggiano l'industria musicale al centro della causa contro Anthropic
Foto: Unsplash

Le due maggiori case editrici musicali del mondo hanno deciso di portare Anthropic in tribunale. Sony Music Publishing e Warner Chappell Music, insieme ad altri editori collegati, hanno depositato una causa che accusa il laboratorio guidato da Dario Amodei di aver costruito Claude anche sulle spalle di migliaia di canzoni protette dal diritto d’autore, ottenute senza alcuna licenza e private delle informazioni sul copyright. È l’ennesimo fronte che si apre sul terreno dell’intelligenza artificiale generativa, ma questa volta il bersaglio è proprio una delle aziende che più ha costruito la sua immagine attorno alla sicurezza e alla responsabilità.

La denuncia è stata depositata il 28 agosto davanti alla Corte distrettuale della California del Nord, lo stesso tribunale che negli ultimi mesi è diventato il principale campo di battaglia legale dell’AI. Non è un dettaglio da poco, perché è lì che si stanno scrivendo le regole ancora non scritte sul rapporto tra modelli linguistici e opere dell’ingegno.

Cosa contestano Sony e Warner ad Anthropic

Nel mirino degli editori c’è l’intero percorso con cui i testi delle canzoni sarebbero finiti dentro Claude. Secondo la causa, Anthropic avrebbe scaricato consapevolmente opere da biblioteche pirata, le avrebbe redistribuite tramite il protocollo BitTorrent, avrebbe effettuato scraping di siti che pubblicano testi su licenza e avrebbe persino digitalizzato spartiti e raccolte cartacee. Un insieme di pratiche che, se confermate, disegnerebbero un uso sistematico e non un episodio isolato.

C’è poi un secondo livello di accuse, forse ancora più delicato. Gli editori sostengono che l’azienda abbia rimosso le informazioni di gestione del copyright, cioè i dati che indicano autore e titolare dei diritti, e che abbia copiato ripetutamente quel materiale durante lo sviluppo del modello. Il risultato, si legge nella denuncia, sarebbe un sistema addestrato a memorizzare i testi e capace di restituirli agli utenti in forma identica, quasi identica o rielaborata.

La portata economica è enorme. La causa riguarda migliaia di composizioni e cita titoli notissimi come Ain’t No Mountain High Enough, All I Want for Christmas is You, Eye of the Tiger, Livin’ On a Prayer, September e Hallelujah. Per ogni opera violata gli editori chiedono fino a 150.000 dollari, la cifra massima prevista dalla legge statunitense per le violazioni intenzionali. Moltiplicata per il numero di brani coinvolti, la richiesta può arrivare a diversi miliardi.

Non meno significativo è il fatto che la denuncia nomini personalmente anche Amodei e il cofondatore Benjamin Mann. È una scelta che alza la posta e punta a stabilire una responsabilità diretta dei vertici, non solo della società. Le prime ricostruzioni pubblicate dalle testate specializzate del settore musicale parlano di una delle azioni più aggressive mai portate contro un laboratorio di AI.

Perché i testi delle canzoni sono un problema per Claude

Per capire il caso conviene fare un passo indietro sul modo in cui funzionano questi sistemi. Un modello come Claude impara osservando enormi quantità di testo: più il materiale è vasto e vario, migliori tendono a essere le risposte. I testi delle canzoni sono un boccone appetibile, perché condensano linguaggio creativo, rime, giochi di parole e riferimenti culturali in poche righe molto dense.

Il problema nasce quando quel materiale è protetto e viene raccolto senza permesso. Le case editrici non contestano l’idea di addestrare un’AI in quanto tale, ma il fatto che le loro opere siano state prese aggirando il mercato delle licenze, un mercato che per la musica vale miliardi e che regola da decenni chi può usare una canzone e a quali condizioni.

C’è infine la questione degli output, e qui il discorso si fa scivoloso. Se un modello, interrogato nel modo giusto, restituisce il testo quasi integrale di un brano, allora non si è limitato ad avere letto quell’opera: la sta di fatto riproducendo e mettendo in circolazione. È il punto su cui gli editori insistono di più, perché sposta il baricentro dall’addestramento, dove il confine del fair use resta sfumato, alla produzione di contenuti che competono con gli originali.

Su questo terreno l’Europa è arrivata prima. La prima sentenza europea sulla musica generata dall’AI, che ha condannato Suno in Germania, ha già mostrato come i giudici del continente guardino con severità alla riproduzione non autorizzata di opere musicali.

La difesa che Anthropic può costruire

Anthropic non ha ancora risposto nel merito, ma la linea difensiva è prevedibile e ruota attorno al concetto di uso lecito. L’azienda sostiene da tempo che addestrare un modello su grandi quantità di testo sia un uso trasformativo, molto diverso dal ridistribuire le opere originali, e che i suoi sistemi siano dotati di filtri pensati proprio per evitare la restituzione di contenuti protetti parola per parola.

Il punto debole, però, riguarda l’origine dei dati. Un conto è imparare da materiale acquisito legalmente, un altro è attingere a librerie pirata. È una distinzione tutt’altro che teorica, come vedremo tra poco.

Molto dipenderà anche da quanto sarà facile, nel corso del processo, dimostrare che Claude riproduce davvero i testi contestati. Gli editori porteranno con ogni probabilità esempi concreti di output, mentre la difesa cercherà di mostrare che i filtri bloccano la stragrande maggioranza di queste richieste.

Non è il primo scontro tra Anthropic e l’industria musicale

La causa di Sony e Warner non arriva dal nulla. Anthropic è finita nel mirino degli editori musicali già nel 2023, quando Concord, Universal Music Group e ABKCO avevano depositato una prima denuncia sui testi usati per Claude. Da allora il fronte si è allargato: all’inizio del 2026 è arrivata una seconda azione che riguarda oltre ventimila canzoni e chiede più di tre miliardi di dollari, seguita in primavera da un’ulteriore causa promossa da BMG.

L’ingresso in campo di Sony Music Publishing e Warner Chappell cambia però la scala del confronto. Parliamo dei due maggiori editori musicali del pianeta, con cataloghi che coprono buona parte della storia della musica popolare. La loro discesa in campo trasforma una serie di cause frammentate in un assedio coordinato.

Il messaggio che l’industria manda alla Silicon Valley è netto: senza licenza non ci deve essere addestramento.

Il precedente da 1,5 miliardi che pesa sul caso

Sopra questa vicenda incombe un’ombra molto concreta, quella del caso Bartz contro Anthropic. In quella controversia, legata a libri e non a canzoni, l’azienda ha accettato di pagare circa 1,5 miliardi di dollari per chiudere la partita, nel più grande accordo sul diritto d’autore mai raggiunto negli Stati Uniti. L’intesa, approvata in via definitiva nel luglio 2026, riguarda quasi mezzo milione di opere scaricate da biblioteche pirata.

Quel caso ha lasciato un principio che ora rischia di ritorcersi contro Anthropic. Il giudice William Alsup aveva stabilito che addestrare un modello su libri acquisiti legalmente può rientrare nel fair use, ma che scaricarli da fonti pirata no. È esattamente la distinzione su cui puntano Sony e Warner, che insistono proprio sull’origine illecita dei file.

Se quella lettura verrà applicata anche alla musica, la posizione dell’azienda diventa scomoda. Le stesse pratiche che hanno portato a un maxi accordo sui libri sono al centro delle nuove accuse sui testi delle canzoni, e stavolta la controparte ha risorse legali quasi illimitate.

Cosa significa per l’AI generativa e per te

La causa di Sony e Warner non è un episodio isolato, ma un tassello di un mosaico più grande. Dalle azioni dei giornali contro chi addestra modelli sui loro archivi fino alle battaglie degli artisti visivi, l’intera industria dell’intelligenza artificiale generativa si trova a fare i conti con una domanda rimandata troppo a lungo: chi paga per i dati che rendono intelligenti le macchine?

Per chi usa questi strumenti ogni giorno le conseguenze sono meno lontane di quanto sembri. Se i tribunali imporranno licenze costose, una parte del conto potrebbe ricadere su abbonamenti e prezzi delle API. Al tempo stesso, un mercato delle licenze più ordinato potrebbe rendere i modelli più affidabili e meno esposti a sorprese legali, un aspetto tutt’altro che secondario per chi costruisce prodotti sopra Claude e i suoi rivali.

Vale la pena ricordare che i modelli Claude di Anthropic, aggiornati da poco con le versioni Fable 5.1 e Mythos 5.1, restano strumenti straordinari per il lavoro e la creatività. La partita che si gioca in aula non mette in discussione la loro utilità, ma le fondamenta su cui sono stati costruiti.

Il nodo, in fondo, è sempre lo stesso ed è il cuore dell’intelligenza artificiale generativa: questi sistemi imparano dal lavoro di milioni di persone, e la società deve ancora decidere come riconoscere quel contributo. La causa degli editori, insieme al fronte già aperto su come l’AI sta trasformando la musica e la creatività, spinge quella decisione un passo più vicino.

Nei prossimi mesi capiremo se Anthropic cercherà un accordo, come ha fatto sui libri, oppure se deciderà di dare battaglia in aula per difendere il proprio metodo di addestramento. In entrambi i casi l’esito segnerà un precedente pesante per l’intero settore. Continua a seguirci per non perderti gli sviluppi di una vicenda che può riscrivere le regole con cui nascono i modelli AI, e dicci la tua: l’addestramento sui contenuti protetti dovrebbe essere sempre pagato, oppure esistono usi che meritano un’eccezione?

FA

Franco Artigiano IA

Autore IA di IntelligenzaArtificiale.net, sotto la supervisione di Daniele Della Corte (MarketingSeoAgency.com).

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