Stato dell’AI 2026, il report McKinsey: la produttività cresce ma i profitti non decollano
Il report McKinsey sullo stato dell'AI 2026 svela un paradosso: la produttività individuale vola, ma solo il 37% delle aziende vede impatti sui profitti.

Nel 2026 le aziende non hanno più dubbi sull’utilità dell’intelligenza artificiale, ma continuano a inseguire il ritorno economico. È questa la fotografia che emerge dall’edizione 2026 del sondaggio globale The State of AI di McKinsey, il report che da quasi dieci anni misura come le organizzazioni di tutto il mondo adottano l’AI. Il sottotitolo scelto dai ricercatori, “On the road to ROI”, riassume il momento meglio di qualsiasi grafico: la tecnologia è ovunque, le persone lavorano meglio, eppure l’impatto sui profitti resta concentrato in pochissime imprese.
Se ti occupi di strategia, marketing o innovazione, questi numeri ti riguardano da vicino. Ti dicono a che punto sono davvero le aziende, dove stanno mettendo i soldi e perché tra l’entusiasmo dei singoli e i bilanci si è aperto un divario che vale la pena capire fino in fondo.
Cosa misura il report McKinsey sullo stato dell’AI nel 2026
Il sondaggio è stato condotto online tra il 4 maggio e l’8 giugno 2026 e ha raccolto le risposte di 1.719 partecipanti in 97 Paesi, distribuiti tra settori, dimensioni aziendali, ruoli e livelli di anzianità differenti. Per correggere le diverse percentuali di risposta, McKinsey ha ponderato i dati in base al contributo di ciascun Paese al PIL globale, così da restituire una fotografia il più possibile rappresentativa dell’economia mondiale.
Il quadro generale è chiaro: l’adozione si sta approfondendo. Quasi nove intervistati su dieci dichiarano un uso regolare dell’AI in almeno una funzione aziendale, e il 44% afferma che l’intelligenza artificiale sta scalando a livello di intera impresa, in crescita rispetto al 38% di un anno fa. Aumenta anche l’ampiezza dell’uso, con il 56% delle organizzazioni che la impiega in tre o più funzioni, contro il 51% del 2025.
A fare la differenza sono le dimensioni.
Il 54% delle grandi organizzazioni, quelle con oltre un miliardo di dollari di ricavi annui, dichiara di aver scalato l’AI in tutta l’azienda, contro appena un terzo delle realtà più piccole. Il divario si allarga soprattutto quando si parla di sistemi capaci di agire da soli, cioè gli agenti AI. Tra le grandi imprese la quota di chi li ha portati in produzione in una o più funzioni è salita dal 27% al 40% in un anno, mentre tra le aziende più piccole è rimasta ferma al 22%.
In quali funzioni e settori si usano di più gli agenti
Non tutti i reparti corrono alla stessa velocità. Gli agenti vengono scalati soprattutto nell’IT, nella gestione della conoscenza e nell’ingegneria del software. Guardando ai settori, sono le aziende tecnologiche a guidare la classifica, seguite da media e telecomunicazioni.
Il tipo di utilizzo cambia con il business. Nel largo consumo e nel retail gli agenti si concentrano nel marketing e nelle vendite, mentre nella manifattura avanzata, dall’automotive all’aerospazio fino ai semiconduttori, lavorano soprattutto nella catena di fornitura e nei processi produttivi. Tra tutti gli strumenti, comunque, i chatbot restano i più diffusi, scalati in tutta l’organizzazione dal 47% degli intervistati, mentre agenti autonomi e agenti per il coding si fermano intorno a due aziende su dieci.
La produttività personale vola, ma i profitti aziendali restano fermi
Il dato più incoraggiante riguarda le persone. Otto intervistati su dieci affermano che l’AI ha migliorato la loro produttività individuale, e circa la metà dice che li aiuta a prendere decisioni migliori e a sviluppare nuove competenze. Il beneficio è sorprendentemente uniforme tra i livelli aziendali, dai dirigenti ai collaboratori.
Il problema nasce quando si passa dalle persone ai bilanci.
Solo il 37% degli intervistati attribuisce all’AI un impatto positivo sull’EBIT, cioè sul risultato operativo, una quota praticamente identica a quella di un anno fa nonostante l’aumento delle aziende che hanno scalato la tecnologia. In pratica l’AI fa lavorare meglio i singoli, ma quel guadagno non si sta ancora traducendo in profitti a livello di impresa.
La conferma arriva dagli high performer, le organizzazioni che attribuiscono all’AI almeno il 5% dell’EBIT e ne descrivono l’impatto come significativo. Sono appena il 6% del campione, la stessa percentuale del 2025: un club ristretto che non si sta allargando, segno che ottenere valore economico reale dall’AI rimane difficile. Dove i risultati arrivano, si concentrano in funzioni precise, con le riduzioni di costo che emergono soprattutto in supply chain, operazioni di servizio e produzione, e i ricavi aggiuntivi che si vedono nel marketing e nelle vendite, seguiti dallo sviluppo di prodotti e servizi.
Le aziende costruiscono il software invece di comprarlo
C’è un numero, nel report, che dovrebbe far riflettere chiunque venda tecnologia. Quasi un’azienda su tre, il 32%, dichiara di aver rinunciato ad acquistare almeno un prodotto o una funzione software perché è riuscita a costruirla internamente con gli strumenti di coding basati sull’AI.
È un cambiamento silenzioso ma potenzialmente enorme.
Gli agenti per la programmazione stanno abbassando così tanto i costi e i tempi di sviluppo che, per molte funzionalità, conviene farsi il software in casa invece di comprarlo da un fornitore esterno. McKinsey lo definisce un possibile segnale di come l’AI stia iniziando a ridisegnare l’allocazione dei budget tecnologici. La tendenza è più marcata nei settori tecnologia e sanità, seguiti da servizi professionali ed energia, e tra gli high performer diventa quasi la regola: quasi la metà rinuncia ad acquistare software per costruirlo in proprio, contro il 31% delle altre aziende.
Per chi sviluppa e vende soluzioni digitali il messaggio è netto: il confine tra chi compra e chi costruisce si sta spostando, e l’AI agentica è la leva che lo muove.
Il costo dell’AI comincia a farsi sentire
L’espansione ha un prezzo, in senso letterale. Circa un’azienda su cinque dichiara che i costi operativi dell’AI, compresi quelli dei token consumati dai modelli, stanno limitando l’uso della tecnologia. Non è ancora un freno diffuso, ma è un tema nuovo rispetto agli anni scorsi, quando la spesa non veniva quasi mai citata come ostacolo.
Il vincolo tocca tutti gli strumenti in modo abbastanza uniforme, con circa un intervistato su dieci che segnala un uso limitato dai costi per chatbot, agenti autonomi e agenti di coding. Non a caso molti fornitori stanno rivedendo i propri modelli di prezzo, dai listini a consumo per gli agenti fino alle formule che fanno pagare solo il risultato ottenuto.
Nonostante ciò, la fiducia non manca. Il 28% delle aziende destina già più del 10% del proprio budget per l’informatica e le comunicazioni all’intelligenza artificiale, e il 60% prevede di aumentare gli investimenti nel prossimo anno. Le più propense a spendere di più sono le imprese di farmaceutica, assicurazioni e servizi bancari e finanziari.
Lavoro e occupazione, le attese riviste al ribasso
Uno dei capitoli più discussi riguarda l’impatto sull’occupazione, e qui il report offre una lezione di prudenza. Un anno fa il 32% degli intervistati prevedeva che l’AI avrebbe ridotto il personale nei dodici mesi successivi. Nella realtà, solo il 14% dichiara che è accaduto davvero, mentre due terzi riferiscono poco o nessun cambiamento nella forza lavoro.
Le previsioni, insomma, erano gonfiate.
Eppure le attese per il futuro tornano a salire: il 39% ora prevede una riduzione del personale nel prossimo anno, mentre una quota simile, il 43%, si aspetta nessun cambiamento significativo. Il dato più rassicurante è personale, perché solo il 13% degli intervistati dice di sentirsi in ansia per le proprie prospettive di carriera a causa dell’AI. Il timore diffuso di una sostituzione di massa, almeno per ora, non trova conferma nei numeri.
Cosa distingue le aziende che ottengono risultati
Se la maggioranza delle imprese fatica a trasformare la produttività in profitti, quel 6% di high performer indica la strada. E la differenza non sta nella quantità di strumenti adottati, ma nel modo in cui vengono usati.
Queste organizzazioni non si limitano a inserire l’AI nei processi che già esistono: li ridisegnano da zero. Quasi tre quarti degli high performer dichiara di aver ripensato radicalmente i propri flussi di lavoro grazie all’AI, contro appena un quarto delle altre aziende, e la quota è cresciuta rispetto al 55% dell’anno precedente. Perseguono la crescita e l’innovazione, non solo il taglio dei costi, e sono 3,3 volte più propensi degli altri a voler trasformare il proprio business nei tre anni successivi.
C’è poi una questione di leadership e di metodo. Gli high performer hanno il doppio delle probabilità di avere vertici davvero impegnati sui progetti di AI e processi definiti per misurarne l’impatto. Investono di più, gestiscono meglio i rischi e presidiano la sicurezza, dalla mitigazione delle vulnerabilità tecniche al controllo delle azioni non autorizzate compiute dagli agenti. In altre parole, trattano l’AI come una trasformazione dell’organizzazione, non come un semplice acquisto di software.
Cosa portare a casa dal report
La fotografia di McKinsey per il 2026 racconta un settore maturo ma ancora a metà del guado. L’intelligenza artificiale è entrata stabilmente nel lavoro quotidiano, migliora la produttività delle persone e apre possibilità nuove, come quella di costruire software invece di acquistarlo. Ma il salto dal beneficio individuale al risultato di bilancio riesce solo a chi ha il coraggio di ripensare l’organizzazione, e non soltanto di adottare qualche strumento.
Il messaggio per te è concreto. Se vuoi che l’AI generi valore reale, non basta distribuire licenze e chatbot: servono processi ridisegnati, obiettivi misurabili e un occhio attento ai costi, perché la spesa per i token è destinata a pesare sempre di più. Se vuoi andare a fondo, leggi il report completo di McKinsey e prova a confrontarne i numeri con lo stato dell’AI nella tua azienda: capire dove ti trovi oggi è il primo passo per passare dalla produttività ai profitti.