Agentforce 360, i sette agenti AI di Salesforce: nome, ruolo e mesi di memoria
Salesforce presenta sette agenti AI con nome e ruolo, da Casey a Hunter: entrano in Agentforce 360 con mesi di memoria e un runtime a lungo orizzonte.
Salesforce ha deciso di dare ai suoi agenti AI qualcosa che finora era riservato alle persone: un nome, un ruolo e una memoria che dura mesi. L’11 settembre 2026, a pochi giorni dall’apertura di Dreamforce a San Francisco, l’azienda ha presentato sette agenti definiti “job-ready”, cioè pronti a lavorare, pensati per svolgere mansioni precise dentro le imprese: dalla vendita al servizio clienti, fino alla logistica e alle richieste del personale.
Non è un semplice aggiornamento di prodotto. È un cambio di impostazione. Gli agenti smettono di essere funzioni astratte e diventano figure con un compito riconoscibile, un perimetro di responsabilità e la capacità di ricordare il contesto tra una conversazione e l’altra.
Se negli ultimi due anni hai sentito parlare di assistenti che rispondono a una domanda e poi dimenticano tutto, qui la promessa è diversa. Salesforce vuole convincerti che un agente possa comportarsi come un collaboratore che torna al lavoro ogni mattina sapendo già a che punto era rimasto.
Agentforce 360, la nuova impalcatura degli agenti aziendali
I sette agenti non arrivano da soli, ma dentro una cornice che Salesforce ha ribattezzato Agentforce 360. Si tratta dello stack agentico unificato dell’azienda, che mette insieme la piattaforma Agentforce, il livello dati Data 360, le applicazioni Customer 360 e Slack. L’obiettivo dichiarato è offrire un unico ambiente in cui costruire, governare e far lavorare gli agenti sopra i dati che le aziende già possiedono.
Il punto di forza, secondo Salesforce, sta proprio qui. Gli agenti non ragionano nel vuoto: si appoggiano ai dati di Customer 360 e operano dentro le regole di business, i permessi e le impostazioni di sicurezza che l’azienda ha già definito. In teoria questo riduce il rischio che un agente faccia qualcosa fuori dal proprio mandato o acceda a informazioni che non dovrebbe vedere.
La tempistica dell’annuncio non è casuale. Salesforce ha svelato il nuovo portafoglio poco prima di Dreamforce 2026, la sua conferenza annuale in programma a San Francisco dal 15 al 17 settembre, l’appuntamento in cui l’azienda gioca ogni anno le sue carte più importanti. Puoi leggere tutti i dettagli nell’annuncio ufficiale sul newsroom di Salesforce.
La vera novità, però, non è la sigla. È l’idea che ciascun agente abbia un mestiere.
I sette agenti AI di Salesforce, uno per uno
Ogni agente ha un nome proprio e un’area di competenza ben delimitata. Ecco chi sono e di cosa si occupano:
- Casey: assistenza clienti su più canali, da voce e SMS a WhatsApp e chat sul web, resi ed escalation compresi.
- Paige: richieste interne del personale in ambito IT e risorse umane.
- Carter: supporto agli acquirenti, con risposte sui prodotti e checkout dentro la conversazione.
- Hunter: vendita in uscita, dalla ricerca dei contatti alle prime interazioni commerciali.
- Piper: generazione di pipeline in entrata, per trasformare l’interesse dei potenziali clienti in opportunità qualificate.
- Marshall: operazioni di supply chain, tra logistica, approvvigionamento ed evasione degli ordini.
- Fin: esperienza cliente per le grandi aziende, con le capacità della piattaforma Fin la cui acquisizione Salesforce ha completato il 10 settembre.
Sei di questi agenti sono già disponibili in modo generale. Casey, Paige, Carter, Piper, Marshall e Fin possono quindi essere attivati subito dalle aziende clienti, ciascuno con la propria specializzazione.
La logica è chiara. Invece di un unico assistente tuttofare che prova a gestire qualsiasi richiesta, Salesforce propone una squadra di agenti ristretti, ognuno addestrato e configurato per un compito che le imprese conoscono bene, perché corrisponde a ruoli che oggi ricoprono persone in carne e ossa.
Hunter, l’agente commerciale che ragiona per settimane
Il caso più interessante è Hunter, l’agente dedicato alla vendita in uscita. A differenza degli altri, resta per ora in fase pilota e diventerà disponibile in modo generale a novembre 2026. Il motivo è che Hunter inaugura un tipo di funzionamento diverso.
Mentre la maggior parte degli assistenti conversazionali vive dentro una singola sessione di chat, Hunter gira su un runtime pensato per perseguire obiettivi a lungo orizzonte, capace di lavorare una trattativa per settimane invece di esaurirsi in uno scambio di messaggi. In pratica costruisce e cura una pipeline commerciale nel tempo, dalla ricerca dei potenziali clienti fino al contatto, collaborando con i venditori umani lungo il percorso.
Salesforce riferisce che, in una prima azienda che lo sta sperimentando, circa il 60% della pipeline commerciale viene ora costruita da Hunter. È un dato che l’azienda presenta come segnale del potenziale di questi agenti, anche se andrà verificato su scala più ampia e su settori diversi.
Questa capacità di durare nel tempo è il filo che tiene insieme tutto l’annuncio.
Perché dare un nome agli agenti non è solo marketing
Assegnare nomi e titoli professionali agli agenti può sembrare un’operazione di immagine. In realtà tocca un problema tecnico concreto: la memoria. Finora molti assistenti dimenticavano tutto alla fine di ogni conversazione, e questo li rendeva inadatti a compiti che si sviluppano in giorni o settimane.
Gli agenti di Agentforce 360, invece, mantengono una memoria persistente che copre mesi. Significa che un agente può riprendere una pratica aperta, ricordare le preferenze di un cliente o lo stato di un ordine, e agire di conseguenza senza ripartire da zero. È la differenza tra uno sportello che ti fa ricominciare ogni volta e un collega che sa già chi sei.
Questo avvicinamento tra software e ruolo lavorativo è il cuore della cosiddetta forza lavoro agentica, un tema che sta ridisegnando il modo in cui le imprese pensano all’automazione. Se vuoi capire le basi di questa trasformazione, abbiamo spiegato in dettaglio cosa sono e come funzionano gli agenti AI autonomi e perché stanno cambiando il lavoro.
Salesforce non è certo sola su questa strada. L’azienda aveva già portato modelli di terze parti dentro il proprio CRM con Claudeforce, l’integrazione con Anthropic, e il resto del settore si muove nella stessa direzione. Anthropic ha pubblicato un proprio schema per costruire agenti AI dedicati allo shopping, mentre i circuiti dei pagamenti spingono per definire uno standard sui pagamenti degli agenti. Il messaggio comune è che gli agenti stanno passando dalla dimostrazione al lavoro vero.
Governance e concorrenza, la vera partita
C’è un aspetto che riguarda da vicino chi in azienda deve decidere se adottare questi strumenti. Insieme ai sette agenti, Salesforce ha introdotto il Trusted Enterprise AI Harness, un livello di governance pensato per le imprese che già fanno girare più piattaforme di agenti diverse.
La promessa è di offrire un punto di controllo unico su agenti che provengono da fornitori differenti, con regole, permessi e tracciabilità coerenti. È una risposta a un problema che sta diventando urgente: man mano che ogni fornitore di software aggiunge i propri agenti, le aziende rischiano di ritrovarsi con decine di automazioni autonome, difficili da monitorare e da mettere in sicurezza.
Su questo terreno la concorrenza è feroce. OpenAI, Microsoft, Google e Anthropic stanno tutte costruendo infrastrutture per far lavorare gli agenti dentro le imprese, e ognuna prova a diventare il livello di controllo su cui gli altri si appoggiano. Salesforce parte da una posizione di vantaggio, perché possiede già i dati dei clienti di moltissime aziende e il CRM in cui quei processi vivono ogni giorno.
La domanda aperta è se le imprese vorranno affidare a un solo fornitore sia gli agenti sia lo strato che li governa, oppure preferiranno tenere separati i due livelli per non dipendere da nessuno.
Cosa cambia per te
Se lavori nel marketing, nelle vendite o nel servizio clienti, l’annuncio di Salesforce ti riguarda più di quanto sembri. Il modello a cui punta il settore non è più il chatbot che risponde a una domanda, ma l’agente con un ruolo, una memoria e un mandato, capace di portare avanti un compito nel tempo e di rendere conto di quello che fa.
Vale la pena osservare da vicino come si comporteranno questi agenti sul campo, quanto saranno affidabili i dati come quel 60% di pipeline e quanto costerà davvero farli lavorare. La direzione, però, è tracciata: conviene iniziare a ragionare su quali attività, nella tua organizzazione, potrebbero essere seguite da un agente con un nome. Continua a seguirci per capire quali di queste promesse reggeranno alla prova dei fatti.