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DeepMind Institute: Google DeepMind apre il dibattito pubblico sull’AGI

Google DeepMind lancia il DeepMind Institute, piattaforma di saggi e dibattito pubblico sull’AGI guidata da Hassabis, Legg e Manyika.

FA
Franco Artigiano IA Franco Artigiano
Settembre 18, 2026
Lettura: 7 min
Illustrazione astratta sul tema dell’intelligenza artificiale e dell’AGI

Google DeepMind ha deciso di spostare il dibattito sull’intelligenza artificiale generale fuori dai propri laboratori e dentro uno spazio pubblico. Il 16 settembre 2026 il gruppo ha lanciato il DeepMind Institute, una piattaforma editoriale pensata per pubblicare saggi e ospitare un confronto aperto su come l’AGI cambierà scienza, economia e società. A guidarla trovi tre nomi che pesano nella storia recente dell’AI: il cofondatore Shane Legg, il dirigente di Google James Manyika e Demis Hassabis, presidente di Google DeepMind e premio Nobel per la chimica nel 2024.

Il modo in cui l’iniziativa si presenta è diretto. Servono idee audaci e ben documentate sull’AGI, e servono adesso, mentre il traguardo di sistemi capaci di eguagliare l’intelligenza umana su un’ampia gamma di compiti sembra avvicinarsi.

Cosa è il DeepMind Institute e perché nasce proprio adesso

Il DeepMind Institute si presenta come una piattaforma per un pensiero audace e ben supportato dai fatti sull’AGI, prodotto dal laboratorio che ha contribuito a fondare questo campo di ricerca. L’idea di fondo è semplice ma ambiziosa: rendere accessibile al pubblico una ricerca spesso confinata in ambienti accademici o aziendali e, allo stesso tempo, mettere in circolo posizioni diverse, comprese quelle che non coincidono con la linea ufficiale di Google.

Questo punto è messo nero su bianco. Un avviso in fondo al sito chiarisce che i contributi dell’istituto nascono come spunti di conversazione, riflettono le idee e la ricerca dei singoli autori e non vanno letti come la posizione ufficiale dell’azienda. È una precisazione che conta, perché permette ai ricercatori di esporsi con tesi anche scomode senza impegnare Google.

Nel saggio introduttivo, firmato insieme da Legg, Manyika e Hassabis, i tre ammettono apertamente che Google, Google DeepMind e la più ampia comunità di ricerca non saranno sempre d’accordo, e che probabilmente cambieranno idea via via che nuovi dati emergeranno su una frontiera che si muove in fretta. È una dichiarazione di metodo prima ancora che di contenuto: a fare da bussola viene indicato il confronto, non un consenso preconfezionato.

C’è anche una scelta di campo che vale la pena sottolineare. Secondo i promotori la sicurezza dell’AI non può essere pensata come un tema nazionale, chiuso dentro i confini di un singolo Paese, ma va affrontata su scala globale.

I cinque saggi inaugurali che aprono il confronto

L’istituto debutta con una raccolta di saggi che copre volutamente terreni molto diversi, dalla trasparenza tecnica dei modelli fino alla filosofia politica. Non è una collezione di paper accademici tradizionali, ma un insieme di testi divulgativi che provano a spiegare in modo comprensibile problemi complessi.

Il primo, intitolato Introducing the DeepMind Institute, è la presentazione stessa del progetto e porta la firma dei tre direttori. Serve a fissare la cornice e le regole del gioco.

Il secondo, The case for reasoning transparency, è scritto da Rohin Shah e Anca Dragan e affronta un tema molto sentito da chi lavora sulla sicurezza. Leggere la catena di pensiero di un modello, cioè i passaggi intermedi con cui arriva a una risposta, offre una finestra sul suo ragionamento e permette di sorvegliare eventuali comportamenti ingannevoli o manipolatori. I due autori invitano a non rassegnarsi all’idea che questa finestra debba per forza chiudersi mentre crescono le capacità dei sistemi. È un nodo che si intreccia con il più ampio dibattito sulla sicurezza e sul comportamento dei modelli di frontiera.

Il terzo saggio, Economic policy for AGI, firmato da Julian Jacobs e Alex Imas, entra nel terreno più concreto di tutti: gli effetti dell’AI sul lavoro e le politiche per attutirli. Ci torniamo tra poco, perché merita uno spazio a parte.

Il quarto, Principles for a new utopianism di Stephen Cave, alza lo sguardo. Se l’AGI trasformerà davvero la società, sostiene l’autore, allora dobbiamo decidere quali trasformazioni vogliamo, imparando dalle utopie e dai disastri del Novecento e adottando quella che definisce un’utopia pragmatica, fatta di umiltà e speranza.

Il quinto, A framework for frontier AI and the dawning of a new age, porta la firma di Hassabis ed è forse il più politico della serie. Propone un modo dinamico di testare le capacità dei modelli di frontiera, e proprio a questo dedichiamo l’ultima parte.

Il nodo economico: dall’UBI al capitale di base universale

Il saggio economico è quello che offre gli spunti più tangibili. Jacobs e Imas valutano undici politiche che le società potrebbero adottare per gestire la potenziale destabilizzazione del mercato del lavoro provocata da un’AI sempre più capace e diffusa. Per farlo non si affidano solo alla letteratura scientifica e ai sondaggi, ma anche a un metodo curioso: cinquantuno agenti basati sull’AI, costruiti a partire dai dati di altrettanti economisti reali e chiamati a esprimere un giudizio.

La conclusione più interessante riguarda il reddito di base universale, l’idea di versare a tutti una somma fissa. Gli autori lo giudicano troppo costoso e troppo grossolano come strumento. Al suo posto valorizzano il capitale di base universale, una politica che darebbe a ogni cittadino una quota diretta di asset produttivi, così da distribuire i frutti della crescita anche quando il peso del lavoro umano nell’economia dovesse ridursi.

Non è però una promozione a pieni voti. Nella loro valutazione il capitale di base universale ottiene un punteggio alto sul piano dell’efficacia, intorno a 76 su 100, ma molto più basso, poco più di 33, sul fronte della fattibilità pratica. È esattamente il tipo di tensione, tra ciò che funzionerebbe e ciò che è realistico realizzare, che l’istituto dice di voler portare allo scoperto.

La proposta complessiva è graduata in base alla gravità dello shock. Per turbolenze contenute bastano strumenti già noti come i sussidi di disoccupazione, i crediti d’imposta sui redditi da lavoro e i programmi di riqualificazione finanziati dai datori. Se invece la sostituzione di posti di lavoro dovesse aggravarsi, gli autori guardano a un’imposta negativa sul reddito e, come rete di sicurezza per i cambiamenti strutturali, proprio a una diffusione più ampia della proprietà del capitale.

Sono temi che si collegano direttamente agli scenari e ai rischi legati alla superintelligenza di cui si discute ormai da tempo.

La proposta di Hassabis per una governance dei modelli di frontiera

L’ultimo saggio è quello che più tocca il terreno delle regole. Hassabis rilancia un’idea che aveva già avanzato pubblicamente nei mesi scorsi: la creazione di un organismo di standard, guidato dagli Stati Uniti, incaricato di valutare i modelli di AI più avanzati prima che finiscano sul mercato. Il testo, spiega l’istituto, era apparso inizialmente su X ed è ora raccolto nella collana inaugurale.

Il meccanismo immaginato è progressivo. In una prima fase gli sviluppatori sottoporrebbero i modelli all’organismo su base volontaria, fino a trenta giorni prima del rilascio. Una volta dimostrata l’efficacia e la solidità del sistema di valutazione, il superamento dei test potrebbe diventare un requisito obbligatorio per distribuire i modelli di frontiera sul mercato statunitense.

Hassabis immagina un consiglio a maggioranza indipendente, popolato da esperti di primo piano accanto a rappresentanti dell’industria, dei governi e del mondo open source. Le verifiche dovrebbero concentrarsi sui rischi che più preoccupano gli addetti ai lavori: le vulnerabilità di cybersicurezza, il potenziale uso per minacce biologiche e i comportamenti agentici, con un occhio particolare ai tentativi di aggirare le barriere di sicurezza e alle forme di inganno messe in atto dai modelli stessi.

È una visione che prova a tenere insieme innovazione e responsabilità, e che si inserisce in un filone più ampio di discussioni sulla sicurezza dei laboratori, come mostra ad esempio la classifica indipendente sulla sicurezza dei principali laboratori pubblicata nei mesi scorsi.

Cosa cambia con il DeepMind Institute

La nascita del DeepMind Institute segnala un cambio di passo nel modo in cui i grandi laboratori affrontano il tema dell’AGI. Non più soltanto annunci di prodotto o paper tecnici, ma un tentativo dichiarato di aprire il confronto su economia, governance e valori a un pubblico più vasto, in un momento in cui la posta in gioco si fa più alta.

Resta da vedere quanto la piattaforma riuscirà a essere davvero plurale e non un megafono a senso unico. La scelta di ospitare tesi che non coincidono con la linea di Google e di mettere in conto fin da subito il disaccordo è un buon segnale, ma il vero banco di prova saranno i prossimi saggi e la varietà delle voci che li firmeranno.

Se ti interessa capire dove sta andando l’intelligenza artificiale, i cinque testi inaugurali sono un buon punto di partenza per farti un’idea con i dati alla mano. Puoi leggerli direttamente sul sito dell’istituto e continuare a seguire su queste pagine gli sviluppi del dibattito su AGI, sicurezza e regole.

FA

Franco Artigiano IA

Autore IA di IntelligenzaArtificiale.net, sotto la supervisione di Daniele Della Corte (MarketingSeoAgency.com).

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