Google spegne le API di Imagen 4 il 17 agosto: come migrare ai modelli immagine di Gemini
Dal 17 agosto Google spegne gli endpoint di Imagen 4 nell'API Gemini. Ecco cosa cambia, quali modelli usare al loro posto e come migrare senza rischi.

Se generi immagini con l’intelligenza artificiale di Google tramite codice, hai una scadenza da segnare in rosso sul calendario. Il 17 agosto 2026 Google spegne gli endpoint di generazione di Imagen 4 nell’API Gemini, e chi li usa dovrà spostarsi sui modelli immagine nativi di Gemini. Non è una nota tecnica per pochi addetti ai lavori: è il segnale più chiaro che anche a Mountain View la generazione di immagini smette di vivere in un prodotto separato e viene assorbita dentro il modello multimodale di punta.
La data non lascia molto margine. Da oggi manca poco più di una settimana, e dopo quel giorno le vecchie chiamate smetteranno semplicemente di funzionare.
Cosa spegne Google e da quando
Il 17 agosto vengono ritirati i tre endpoint di generazione di Imagen 4: la versione standard, quella ultra e quella fast, identificate dai nomi imagen-4.0-generate-001, imagen-4.0-ultra-generate-001 e imagen-4.0-fast-generate-001. Da quel giorno le richieste inviate a quei modelli non restituiscono più un’immagine ma un errore, perché gli endpoint non sono più raggiungibili nell’API Gemini. Lo spegnimento è già indicato nella pagina ufficiale delle deprecazioni dell’API Gemini, quindi non si tratta di un’indiscrezione ma di una scadenza fissata da Google.
Non cambia solo il nome del modello da chiamare, cambia anche il metodo. Con Imagen usavi una chiamata dedicata alla generazione di immagini, mentre con i modelli di Gemini la richiesta passa dal metodo generico che genera contenuti: la risposta non è più un oggetto immagine a sé, ma un insieme di parti da cui devi estrarre il dato dell’immagine. In pratica, chi ha costruito un’integrazione attorno alla vecchia struttura dovrà rimettere mano al codice, non limitarsi a sostituire una stringa.
È un intervento contenuto, ma va pianificato.
Da Imagen a Gemini: perché Google unifica la generazione di immagini
Il modello indicato come sostituto stabile è gemini-3.1-flash-image, la versione più recente del generatore di immagini integrato in Gemini. In alternativa puoi usare gemini-2.5-flash-image, cioè la famiglia di modelli che molti conoscono con il soprannome Nano Banana, anche se pure quella è destinata prima o poi alla dismissione. Il punto d’arrivo, insomma, è uno solo: le immagini le genera Gemini, non un modello con un marchio a parte.
La mossa non arriva a sorpresa. Google ha spento la generazione di Imagen 3 già a novembre 2025 e ha ritirato le anteprime di Imagen 4 a febbraio 2026, un passo alla volta. Lo spegnimento del 17 agosto chiude il cerchio sulla generazione attuale di Imagen e indirizza tutti verso i modelli immagine di Gemini.
Dietro la scelta c’è una logica industriale precisa. Mantenere due linee separate, un modello di testo e ragionamento da una parte e un generatore di immagini dall’altra, costa in manutenzione, documentazione e infrastruttura. Concentrare tutto in un unico modello multimodale semplifica la vita a Google e, in teoria, anche a te: una sola API, un solo modo di ragionare su prompt che mescolano parole e immagini, un solo posto dove arrivano gli aggiornamenti e i miglioramenti.
Il rovescio della medaglia è che le tempistiche le detta il fornitore, e a te resta il compito di adeguarti entro la data che ha scelto lui.
Cosa devi fare se generi immagini con l’API di Google
Se nel tuo flusso di lavoro compare uno dei tre modelli Imagen 4, la priorità è verificarlo adesso, non il 16 agosto. Cerca nel codice i nomi degli endpoint, individua ogni punto in cui vengono chiamati e prepara il passaggio a gemini-3.1-flash-image. Ti conviene provare il nuovo modello in parallelo, perché la resa cambia: stile, gestione del testo dentro le immagini, proporzioni e livello di dettaglio non sono identici tra Imagen e Gemini, e conviene accorgersene in fase di test e non in produzione.
Un secondo controllo riguarda costi e limiti. Prezzo per immagine, quote e velocità di risposta del nuovo modello possono differire da quelli a cui eri abituato, quindi vale la pena rifare due conti prima di spostare volumi importanti. Se ti appoggi a un servizio o a un plugin di terze parti che usa Imagen sotto il cofano, chiedi al fornitore se ha già aggiornato l’integrazione: il rischio è ritrovarsi con la generazione di immagini interrotta senza aver toccato nulla di tuo.
Se non fai nulla, lo scenario è facile da immaginare: il 17 agosto le chiamate a Imagen 4 iniziano a fallire e ogni funzione che dipende da quelle immagini, dentro un sito, un gestionale o un flusso automatico, si ferma con loro. Per questo conviene trattare la scadenza come un piccolo progetto con una data di consegna, e non come una voce da rimandare all’ultimo momento.
La verifica minima prima del 17 agosto
Per non arrivare impreparato bastano tre passaggi:
- Cerca nel codice i nomi imagen-4.0-generate-001, ultra e fast e segna dove compaiono.
- Sostituiscili con gemini-3.1-flash-image e adatta la lettura della risposta al nuovo formato a parti.
- Confronta qualità, costi e tempi con una manciata di prompt reali prima di spostare tutto il traffico.
Chi invece usa le immagini di Google solo dentro le app di consumo, come l’assistente Gemini o le sue funzioni creative, non deve fare nulla: la dismissione riguarda gli endpoint per gli sviluppatori, non le app rivolte al pubblico.
Non è solo Google: la corsa a unificare testo e immagini
Quello che sta facendo Google somiglia molto a quello che stanno facendo gli altri grandi laboratori. Nello stesso periodo OpenAI ha annunciato il ritiro del DALL·E GPT da ChatGPT, spingendo gli utenti verso la generazione di immagini nativa del suo modello principale. Due aziende diverse, la stessa direzione: il marchio storico dedicato alle immagini, Imagen per Google e DALL·E per OpenAI, lascia il posto al modello multimodale di punta che sa gestire testo e immagini insieme.
La logica è la stessa che sta ridisegnando l’intero settore. I modelli non sono più specialisti di una singola modalità, ma sistemi unici che ragionano su testo, immagini, audio e video nello stesso spazio. Lo si è visto anche con proposte come FLUX 3 di Black Forest Labs, pensato fin dall’inizio per generare immagini e video con audio dentro un’unica architettura. Il generatore di immagini isolato, con il suo endpoint dedicato, appartiene sempre di più alla fase precedente.
Vale la pena ricordare che Imagen non è l’unico marchio a essere riorganizzato: nella stessa ripulitura dell’API Gemini Google sta rivedendo anche parte dei suoi modelli per il video, segno che l’operazione riguarda l’intera offerta di media generativi e non un singolo prodotto. È il tipo di razionalizzazione che, dietro le quinte, accompagna quasi sempre le fasi di forte crescita di una piattaforma.
Per chi costruisce prodotti il messaggio è duplice. Da un lato conviene abituarsi a integrazioni che parlano con un solo modello multimodale, più semplici da mantenere nel tempo. Dall’altro bisogna mettere in conto che i cicli di vita si accorciano: un modello lanciato oggi può avere una data di spegnimento annunciata entro pochi mesi, esattamente come mostra la parabola di Imagen 4, arrivata e archiviata nel giro di poco più di un anno.
La programmazione di lungo periodo, insomma, deve fare i conti con calendari di dismissione sempre più fitti.
Cosa cambia per te
Se generi immagini con Gemini solo dalle app, questa notizia è soprattutto un promemoria di dove sta andando il vento: Google vuole che tutto passi da un unico modello e continuerà a spostare lì risorse e miglioramenti. Se invece lavori con l’API, il 17 agosto è una scadenza operativa concreta: individua le chiamate a Imagen 4, prova per tempo gemini-3.1-flash-image, aggiorna il codice e verifica costi e qualità sui tuoi casi reali.
La buona notizia è che la migrazione è circoscritta e, se la affronti adesso, si chiude in poche ore invece di trasformarsi in un’emergenza a ridosso della scadenza. Se ti occupi di generazione di immagini con l’AI, conviene trattare questa unificazione non solo come un fastidio tecnico ma come l’occasione per rivedere quali strumenti ti servono davvero e quanto dipendi da un singolo fornitore. Il resto del 2026, su questo fronte, si annuncia altrettanto veloce.