Trimestrale Alphabet, l’AI spinge i ricavi e porta gli investimenti verso i 205 miliardi
Nel secondo trimestre 2026 Alphabet cresce del 24%, Google Cloud vola a +82% e il capex per l'AI viene rivisto verso i 205 miliardi di dollari.
Alphabet ha chiuso il secondo trimestre del 2026 con numeri che raccontano, meglio di qualsiasi comunicato, quanto l’intelligenza artificiale sia diventata il centro di gravità di Google. I ricavi sono cresciuti del 24% su base annua, Google Cloud ha accelerato dell’82% e la società ha alzato di nuovo la stima degli investimenti per l’anno, spingendola verso i 205 miliardi di dollari. La reazione della Borsa, però, è stata fredda: gli investitori hanno applaudito la crescita ma si sono innervositi davanti a una spesa in conto capitale che continua a correre più veloce delle attese.
Nella call con gli analisti del 22 luglio, l’amministratore delegato Sundar Pichai ha riassunto il momento senza troppi giri di parole, dicendo che gli investimenti in AI stanno ridefinendo ciò che è possibile in ogni parte del business. Vale la pena capire cosa c’è dietro queste cifre, perché la trimestrale di Alphabet è anche una radiografia molto nitida dello stato della corsa all’AI.
Un trimestre trainato dall’intelligenza artificiale
La voce più importante del conto economico è la crescita complessiva del 24% dei ricavi, arrivati a circa 119,8 miliardi di dollari. Per un gruppo che fattura ormai centinaia di miliardi l’anno, mantenere un ritmo a doppia cifra così alto è tutto fuorché scontato, e segnala che la spinta dell’AI non è un fenomeno di nicchia ma qualcosa che tocca i motori principali dell’azienda.
Il cuore pubblicitario tiene bene. La Ricerca e le attività collegate sono cresciute del 17%, mentre la pubblicità su YouTube ha messo a segno un +13%. Sono numeri che sfatano, almeno per ora, il timore che gli assistenti conversazionali potessero erodere il business storico di Google invece di alimentarlo.
Poi c’è il dato che ha fatto più rumore: Google Cloud in aumento dell’82%, sostenuto dalla domanda di infrastruttura e di soluzioni AI. Il portafoglio ordini ancora da evadere, il cosiddetto backlog, ha toccato quota 514 miliardi di dollari, una montagna di contratti già firmati che dà visibilità sui ricavi dei prossimi trimestri e spiega perché Google continui a costruire data center a ritmo forsennato.
La redditività della divisione, non solo il giro d’affari, è migliorata in modo netto. L’utile operativo del cloud si è attestato intorno agli 8,8 miliardi di dollari, contro i 2,8 miliardi di un anno prima, segno che la scala sta finalmente trasformando la crescita dei ricavi in margini concreti.
Google Cloud, il motore che accelera
Dietro l’82% ci sono tre leve che Pichai ha voluto sottolineare. La società sta acquisendo nuovi clienti a una velocità più che raddoppiata rispetto a un anno fa, i clienti esistenti stanno superando gli impegni di spesa di oltre il 50% e le transazioni sul Marketplace di Google Cloud sono cresciute di oltre sette volte su base annua.
Il traino principale è la piattaforma Gemini Enterprise, adottata ormai da quasi il 90% delle aziende della classifica Fortune 100. L’Agent Development Kit, il framework con cui le imprese costruiscono e mettono in produzione i propri agenti, ha raggiunto quasi 70 milioni di download complessivi, a conferma che il tema degli agenti autonomi è passato dalla fase degli esperimenti a quella dell’adozione reale.
C’è un numero che rende l’idea del cambio di scala. Negli ultimi dodici mesi quasi 500 clienti cloud hanno elaborato ciascuno più di mille miliardi di token, e oltre duemila aziende ne hanno consumati più di cento miliardi a testa. Non è più una tecnologia in prova, è una nuova bolletta ricorrente per intere organizzazioni.
Gemini, la Ricerca e i numeri dell’adozione
Sul fronte dei prodotti rivolti al grande pubblico, la fotografia è altrettanto densa. L’app Gemini ha raggiunto 950 milioni di utenti attivi mensili, con gli utenti attivi giornalieri triplicati nell’ultimo anno. È il segnale che Google è riuscita a trasformare l’enorme bacino dei suoi servizi in una base di utenti reale per il proprio assistente, colmando gran parte del distacco iniziale da ChatGPT.
Anche la Ricerca si sta reinventando. Google ha unificato le AI Overviews e la modalità conversazionale AI Mode in un’unica esperienza, che dallo scorso ottobre ha superato il miliardo di utenti attivi mensili. Secondo Pichai queste funzioni non riducono le ricerche ma le aumentano, e continuano a inviare miliardi di clic ai siti web ogni settimana. È lo stesso filone in cui si inserisce la scelta di portare app e azioni dentro AI Mode, trasformando la Ricerca da elenco di risposte a strumento capace di fare cose per te.
La domanda di modelli è esplosa. Le API di Google elaborano ora circa 22 miliardi di token al minuto, contro i 16 miliardi di appena un trimestre prima, e più di 9 milioni di sviluppatori costruiscono ogni mese con i suoi modelli. La stessa azienda ammette di essere ancora limitata dalla capacità di calcolo disponibile, il che dice molto sulla fame di potenza di questo mercato.
Non manca il capitolo modelli. Alla vigilia della trimestrale Google aveva presentato i nuovi Gemini 3.6 Flash e la variante Flash-Lite, pensati per unire prestazioni e costi bassi, insieme al modello specializzato in cybersicurezza Gemini 3.5 Flash Cyber. Pichai ha confermato che Gemini 3.5 Pro è in fase di test e che è già partito l’addestramento di Gemini 4, definito il più ambizioso di sempre.
Sul versante creativo, il modello Omni per la generazione di video ha portato a un aumento del 40% degli utenti giornalieri che creano contenuti nell’app dopo il lancio a maggio. E la famiglia di modelli aperti Gemma ha superato i 900 milioni di download complessivi, un dato che ricorda quanto pesi anche la strategia open nel disegno di Google.
La corsa agli investimenti, con il capex verso i 205 miliardi
Qui arriva la parte che ha raffreddato il mercato. Nel solo secondo trimestre Alphabet ha investito circa 44,9 miliardi di dollari in spese in conto capitale, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Circa il 60% di questa cifra è andato in server, il restante 40% in data center e infrastruttura di rete.
Soprattutto, l’azienda ha rivisto al rialzo la stima per l’intero 2026, portandola a una forbice compresa tra 195 e 205 miliardi di dollari, contro i 180-190 miliardi indicati in precedenza. E ha lasciato intendere che il 2027 vedrà un’ulteriore, sensibile accelerazione.
La reazione degli investitori è stata quella tipica di questa fase del ciclo. Nonostante i conti oltre le attese, il titolo ha ceduto qualche punto percentuale nelle contrattazioni after hours, perché una spesa così aggressiva comprime la generazione di cassa nel breve e alimenta il dubbio di fondo: quanto durerà la domanda che oggi giustifica queste cifre?
È la stessa domanda che pesa su tutti i grandi del settore. La spesa infrastrutturale di Google va infatti letta accanto a quella dei rivali, dai piani di Microsoft e Meta fino alle mosse di OpenAI, che proprio in questi giorni ha annunciato un enorme data center in Georgia. È una gara in cui chi si ferma rischia di restare senza la capacità di calcolo necessaria a servire i propri modelli.
Alphabet prova a giocare questa partita facendo leva sull’integrazione verticale. Pichai ha ricordato la gamma di acceleratori proprietari e di terze parti, dai chip TPU di ottava generazione, denominati 8t e 8i, fino alla nuova piattaforma NVIDIA Vera Rubin. Ha citato la Virgo Network, capace di collegare un milione di acceleratori distribuiti su più data center come se fossero un unico supercomputer, e la nuova CPU Axion, indicata come più efficiente del 30% rispetto alle alternative concorrenti.
Il ragionamento di fondo è semplice. Possedere i chip, i modelli, i dati e le piattaforme software consente a Google di abbassare il costo per token e di offrire prezzi competitivi, un vantaggio che i concorrenti dipendenti da fornitori esterni faticano a replicare.
Cosa cambia per te e per il mercato AI
Al di là della singola trimestrale, il messaggio è che l’intelligenza artificiale ha smesso di essere una promessa e sta diventando una macchina da ricavi concreta, con clienti che pagano a consumo e budget aziendali che si spostano in modo strutturale verso questi strumenti. Per chi lavora nella tecnologia, nel marketing o nello sviluppo software, significa che le piattaforme di agenti e i modelli a basso costo diventeranno sempre più il terreno su cui si costruiscono prodotti e servizi.
C’è anche un risvolto competitivo che ti riguarda da vicino. Con Gemini così diffuso nella Ricerca, nell’app e nel cloud, la scelta di quale ecosistema adottare non è più solo una questione di qualità del singolo modello, ma di quanto quell’assistente sia già intrecciato con gli strumenti che usi ogni giorno.
Resta l’incognita degli investimenti. Se la domanda continuerà a crescere ai ritmi attuali, la scommessa da oltre 200 miliardi di dollari apparirà lungimirante. Se invece il mercato dovesse rallentare, quella stessa spesa peserà a lungo sui conti. È la tensione che accompagnerà ogni prossima trimestrale dei grandi laboratori.
Se vuoi capire come questi numeri si tradurranno in prodotti che userai davvero, continua a seguirci: nelle prossime settimane arriveranno Gemini 3.5 Pro e le prime indiscrezioni su Gemini 4, e la loro adozione dirà se questa corsa agli investimenti stia davvero costruendo il futuro o solo gonfiando le aspettative. Puoi approfondire nel frattempo gli altri aggiornamenti sul mondo dell’AI e dire la tua nei commenti su quale sia, secondo te, il vero limite di questa espansione.
Fonte primaria: le dichiarazioni di Sundar Pichai sulla call del secondo trimestre 2026 pubblicate sul blog ufficiale di Google, con i dati finanziari depositati presso la SEC.