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Problemi etici dell'AI

Il data center AI di Google in India si scontra con acqua e fauna

Il progetto da 15 miliardi di Google e Adani in India finisce in tribunale per acqua e fauna: perché la vicenda riguarda tutta l'intelligenza artificiale.

FA
Franco Artigiano IA Franco Artigiano
Agosto 6, 2026
Lettura: 6 min
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Corridoio di una sala server con rack, simbolo dei data center per l'intelligenza artificiale
Data center e AI: la corsa al calcolo si scontra con acqua ed energia

Una collina spianata fino alla terra rossa, sagomata a gradoni come un anfiteatro. È l’immagine che arriva da Visakhapatnam, sulla costa orientale dell’India, dove Google e il gruppo dell’imprenditore Gautam Adani stanno costruendo quello che promette di diventare il più grande campus di data center del Paese, un investimento da circa 15 miliardi di dollari pensato per alimentare la corsa all’intelligenza artificiale.

Sopra quella collina, però, si è aperto un fronte che nessun comunicato stampa aveva messo in conto: l’acqua e la fauna selvatica.

Nelle ultime ore il progetto è finito davanti all’Alta Corte dell’Andhra Pradesh, chiamata a valutare i ricorsi di attivisti che accusano l’impianto di mettere sotto pressione le riserve idriche di una città che l’acqua, già oggi, la raziona. È una storia locale che parla a chiunque segua l’AI, perché mostra il lato fisico e concreto di una tecnologia che di solito raccontiamo soltanto come software.

Cosa prevede il progetto da 15 miliardi di Google e Adani

Il piano è stato annunciato il 14 ottobre 2025. Google e AdaniConneX, la joint venture del gruppo Adani specializzata in data center, hanno presentato una partnership per realizzare a Visakhapatnam il più grande polo di calcolo dell’India. Sul tavolo ci sono circa 15 miliardi di dollari distribuiti su cinque anni, dal 2026 al 2030, destinati a data center di scala gigawatt, a una rete di cavi sottomarini e a nuova capacità di energia pulita.

Non si tratta soltanto di capannoni pieni di server. Il progetto prevede coinvestimenti in linee di trasmissione elettrica, generazione da fonti rinnovabili e sistemi di accumulo dell’energia, con l’operatore Airtel tra i partner dell’ecosistema. Il governo dell’Andhra Pradesh ha trasferito 480 acri di terreno, tra i distretti di Visakhapatnam e Anakapalli, alla società del gruppo Adani incaricata delle infrastrutture.

Per l’India tutto questo è un tassello della sua ambizione nazionale sull’intelligenza artificiale. Il primo ministro Narendra Modi ha celebrato il lancio dell’hub, presentato come un motore capace di creare fino a 188.000 posti di lavoro e di dotare il Paese di una potenza di calcolo che finora gli mancava.

La scala dell’operazione è quella tipica di questa fase storica. Nella sua ultima trimestrale Alphabet ha spinto gli investimenti in infrastrutture AI verso quota 205 miliardi di dollari, e il polo indiano è uno dei mattoni di quella strategia globale. Costruire capacità di calcolo vicino ai mercati in crescita, come quello indiano, serve a ridurre la latenza e a presidiare bacini di utenti enormi.

Perché acqua e fauna sono diventate un problema

Il punto critico è dove sorge l’impianto. Visakhapatnam è una città di circa 2,5 milioni di abitanti che riceve intorno ai 410 milioni di litri d’acqua al giorno, a fronte di un fabbisogno stimato in 480 milioni. Il conto non torna, e il razionamento idrico è una consuetudine, non un’emergenza occasionale.

In un contesto simile, un data center di scala gigawatt spaventa. I sistemi che addestrano e fanno funzionare i modelli di AI generano enormi quantità di calore, e smaltirlo richiede energia e, in molte configurazioni impiantistiche, acqua. L’associazione Jal Biradari, che si potrebbe tradurre come “comunità dell’acqua”, sostiene che il progetto finirà per prosciugare un bacino vicino, sottraendo risorsa a chi già oggi fatica ad averla.

L’Alta Corte dell’Andhra Pradesh ha chiesto al governo statale di rispondere formalmente a queste accuse. E c’è un secondo fronte, non meno spinoso: la vicinanza a un’area protetta che ospita leopardi e pangolini, specie la cui presenza rende ogni espansione edilizia molto più delicata sul piano ambientale.

La protesta ha preso anche una forma plastica. Attivisti e bambini hanno sfilato per le strade della città con cartelli che recitano “We cannot drink DATA”, non possiamo bere i dati, e disegnando manette sul logo di Google. Uno slogan tagliente, che riassume in poche parole il conflitto tra l’astrazione del cloud e la concretezza di un rubinetto.

La sete nascosta dei data center

Il caso indiano non è un’anomalia isolata. In diverse parti del mondo la costruzione di data center per l’AI si scontra con la disponibilità di acqua ed energia, che stanno rapidamente diventando il vero collo di bottiglia della tecnologia. Un impianto di grandi dimensioni può assorbire volumi d’acqua paragonabili a quelli di una piccola città, soprattutto quando si affida a sistemi di raffreddamento evaporativo.

Per questo la scelta del metodo di raffreddamento non è un semplice dettaglio ingegneristico, ma una decisione con ricadute sociali dirette. Il raffreddamento ad aria consuma meno acqua ma più energia, mentre quello ad acqua fa esattamente l’opposto. In una città che già raziona, capire da che parte pende l’equilibrio diventa cruciale.

C’è poi un elemento che rende l’AI diversa dal cloud tradizionale. L’addestramento dei modelli e l’inferenza su larga scala concentrano il lavoro in poche strutture densissime, che restano a pieno regime per lunghi periodi e dissipano molto più calore per metro quadrato rispetto a un data center classico. Più i modelli diventano capaci, più cresce la potenza installata, e con essa la quantità di calore da smaltire e la tentazione di scegliere la via più semplice, cioè l’acqua.

La risposta di Google e del governo

Google ha fatto sapere che il progetto sarà sviluppato nel rispetto delle leggi vigenti e che ricorrerà a un raffreddamento ad aria avanzato proprio per proteggere le risorse idriche locali. È la mossa attesa: spostare il baricentro dall’acqua all’energia, così da disinnescare l’accusa più pesante e rassicurare l’opinione pubblica.

Il governo dell’Andhra Pradesh, guidato da un alleato di Modi, respinge con nettezza l’idea di aver accelerato le autorizzazioni senza pesare i rischi per l’acqua e per la fauna. Restano però i ricorsi, e finché la Corte non si pronuncia l’incertezza continua a gravare su un cantiere ormai ben avviato.

Vale la pena ricordare che parliamo di promesse, non ancora di verifiche indipendenti. La differenza tra un raffreddamento ad aria dichiarato e i consumi reali di un impianto in funzione si misura solo con il tempo e con dati aperti, che al momento mancano.

Qui si gioca una partita che va oltre i confini indiani, quella della cosiddetta licenza sociale a operare. Un’azienda può avere permessi, terreni e capitali in ordine, ma senza il consenso delle comunità locali un’infrastruttura di questa portata rischia di trasformarsi in un contenzioso permanente, con ritardi e costi difficili da prevedere.

Cosa cambia per la corsa all’AI

La vicenda di Visakhapatnam è un promemoria utile per tutti. Dietro ogni risposta di ChatGPT o di Gemini c’è un luogo fisico, con il suo consumo di acqua, la sua bolletta energetica e i suoi vicini di casa in carne e ossa. Man mano che i modelli crescono, questi luoghi si moltiplicano e diventano sempre più grandi.

Lo si vede chiaramente anche altrove. Negli Stati Uniti OpenAI sta costruendo in Georgia un data center da oltre 30 miliardi di dollari, mentre Nvidia si è detta pronta a garantire fino a 250 miliardi per un altro grande polo in Ohio. Sono cifre che fotografano una fame di calcolo senza precedenti nella storia dell’informatica.

La differenza, alla fine, la faranno le scelte su dove costruire e come raffreddare. L’India ha bisogno di quei posti di lavoro e di quella potenza di calcolo, ma non può barattarli con l’acqua potabile dei suoi cittadini. Un compromesso credibile passerà da energia davvero pulita, da un raffreddamento a basso consumo idrico e da trasparenza sui numeri reali dei prelievi.

Se ti occupi di intelligenza artificiale, ti conviene tenere d’occhio questi cantieri tanto quanto i nuovi modelli: è lì, più che nei benchmark, che si decide se la crescita dell’AI sarà sostenibile oppure soltanto veloce. Continua a seguirci per capire come la corsa all’intelligenza artificiale incontra, e a volte scavalca, i limiti del mondo fisico.

FA

Franco Artigiano IA

Autore IA di IntelligenzaArtificiale.net, sotto la supervisione di Daniele Della Corte (MarketingSeoAgency.com).

Nota di trasparenza — questo articolo è firmato da un autore IA e pubblicato a cura di Daniele Della Corte (MarketingSeoAgency.com), che ne supervisiona qualità e fonti.
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