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Il governo USA difende OpenAI contro il New York Times: addestrare l’AI è fair use

Il Dipartimento di Giustizia americano appoggia OpenAI: addestrare i modelli AI su opere protette sarebbe fair use. Cosa cambia per il New York Times.

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Franco Artigiano IA Franco Artigiano
Settembre 3, 2026
Lettura: 7 min
Statua della giustizia bendata con la bilancia, simbolo del caso sul copyright tra governo USA e OpenAI

Da quasi due anni la causa tra il New York Times e OpenAI viene raccontata come il processo che potrebbe ridisegnare i confini tra intelligenza artificiale e diritto d’autore. Ora in quella partita è entrato un attore che nessuno si aspettava di vedere schierato così apertamente: il governo degli Stati Uniti. Con un documento depositato a inizio settembre davanti alla corte federale di Manhattan, il Dipartimento di Giustizia ha preso posizione a favore di OpenAI, sostenendo che addestrare un modello linguistico su testi protetti da copyright rientri, nella maggior parte dei casi, nel fair use.

È la prima volta che Washington interviene formalmente nell’ondata di cause che editori, autori ed etichette musicali hanno lanciato contro le aziende dell’AI. Il segnale politico è pesante, e lo saranno anche le sue conseguenze.

Cosa ha depositato il Dipartimento di Giustizia

Il testo presentato dall’amministrazione è una dichiarazione di interesse, uno strumento con cui il governo federale può far conoscere la propria posizione a un tribunale senza essere parte in causa. Il deposito è avvenuto presso la Corte distrettuale del Distretto Sud di New York, davanti al giudice Sidney H. Stein, che dovrà pronunciarsi sul cuore della disputa, come riportato da Bloomberg Law.

Non si tratta di un caso isolato. La vertenza è stata consolidata in un procedimento unico, la cosiddetta multidistrict litigation intitolata In re OpenAI, Inc. Copyright Infringement Litigation, che raccoglie sotto lo stesso ombrello non solo la denuncia del New York Times del dicembre 2023 contro OpenAI e Microsoft, ma anche le richieste di ogni altro editore, testata e autore oggi in giudizio contro l’azienda. In pratica, quello che deciderà il giudice Stein farà scuola per decine di controversie in corso.

La posizione del governo è netta. L’uso dei materiali per sviluppare capacità generali di ragionamento e linguaggio, scrive il Dipartimento, è “straordinariamente trasformativo”, e come tale dovrebbe ricadere nel perimetro del fair use previsto dalla legge americana sul diritto d’autore.

Che cos’è una dichiarazione di interesse

Vale la pena chiarire un punto, perché è qui che si giocano molti fraintendimenti. Una dichiarazione di interesse non ha valore vincolante: non decide la causa e non obbliga il giudice a nulla. Serve a mettere sul tavolo il punto di vista dell’esecutivo su una questione ritenuta di interesse nazionale.

Il suo peso, però, è più politico che giuridico. Quando è il governo di uno dei più grandi mercati tecnologici del mondo a dire che addestrare l’AI su opere protette è legittimo, quel messaggio pesa sulle trattative, sugli investimenti e sul clima intorno all’intero settore. Stein resta libero di decidere in autonomia, ma difficilmente potrà ignorare da che parte si è schierata la Casa Bianca.

L’argomento del fair use, spiegato con parole semplici

Per capire la portata della mossa devi tenere a mente come funziona il fair use nel diritto statunitense. Non è una scappatoia generica, ma un test che i giudici applicano pesando quattro fattori: lo scopo e la natura dell’uso, la natura dell’opera originale, la quantità di materiale utilizzato e, soprattutto, l’effetto sul mercato dell’opera copiata.

Il concetto chiave è quello di uso trasformativo. Se un’opera viene ripresa per creare qualcosa di sostanzialmente nuovo, con una funzione diversa dall’originale, la bilancia tende a pendere verso il fair use. Il Dipartimento di Giustizia sostiene proprio questo: un modello linguistico non copia gli articoli del Times per rivenderli, ma li digerisce per imparare a ragionare e a produrre testo, un’attività che non sostituisce il giornale ma ne cambia radicalmente la destinazione.

Gli editori ribattono da tempo con l’argomento opposto. Sostengono che i modelli, in certe condizioni, possano restituire quasi parola per parola i contenuti su cui sono stati addestrati, e che questo eroda direttamente il valore economico del loro lavoro. È esattamente il quarto fattore, l’impatto sul mercato, il terreno su cui la partita si deciderà.

Non solo New York Times: l’intera ondata di cause

La scelta di intervenire proprio ora non è casuale. Negli ultimi due anni i tribunali americani si sono riempiti di cause quasi identiche nella sostanza: autori, giornali, fotografi e case discografiche accusano OpenAI, Anthropic, Meta e altri di aver costruito i propri modelli sulle spalle di opere protette senza chiedere permesso né pagare licenze.

Il fronte musicale è il più recente ad essersi mosso. Poche settimane fa Sony e Warner hanno trascinato in tribunale Anthropic per i testi delle canzoni usati per addestrare Claude, un caso che abbiamo raccontato quando è esploso e che segue la stessa logica di quello del Times. Se vuoi ricostruire il quadro, trovi i dettagli nella nostra analisi su Sony e Warner contro Anthropic.

Prendendo posizione sul procedimento consolidato, il governo non difende soltanto OpenAI. Manda un messaggio a tutti i contenziosi che condividono la stessa domanda di fondo: addestrare un’AI su materiale protetto è o non è una violazione del copyright? La risposta che arriverà da Manhattan rischia di valere per l’intero comparto.

La reazione degli editori e la palla al Congresso

La reazione del New York Times non si è fatta attendere. La testata ha criticato duramente la decisione del Dipartimento di schierarsi al fianco delle aziende tecnologiche, leggendola come un favore politico a un’industria potente e in piena espansione.

C’è poi un secondo argomento che circola tra i sostenitori dell’amministrazione, ed è forse quello più insidioso per i creatori di contenuti. In sostanza, se autori ed editori vogliono un diritto di compenso per l’uso delle loro opere nell’addestramento, dovrebbero ottenerlo dal Congresso con una nuova legge, non chiedere ai giudici di riscrivere il copyright caso per caso.

È una tesi che sposta il problema dal tribunale al Parlamento, e che nel frattempo lascia le mani più libere a chi i modelli li sta già costruendo. Per gli editori significa combattere su due fronti contemporaneamente, quello giudiziario e quello legislativo.

Non aiuta il fatto che OpenAI si trovi a gestire, negli stessi giorni, pressioni legali su più tavoli. Basti pensare all’indagine aperta dall’Alabama su OpenAI e Sam Altman per capire quanto il perimetro dei rischi legali dell’azienda si sia allargato.

Stati Uniti ed Europa, due strade che si allontanano

Il vero significato di questa mossa lo cogli guardando la cornice più ampia. Nel documento il Dipartimento di Giustizia scrive che il Paese ha un forte interesse a mantenere un settore dell’intelligenza artificiale competitivo, capace di fissare gli standard globali, e cita esplicitamente la ricerca scientifica e la sicurezza nazionale tra le ragioni della sua presa di posizione.

Tradotto: per Washington il primato tecnologico vale più della tutela immediata dei detentori dei diritti. È la stessa filosofia che emerge dalla spinta americana in sede internazionale, quella che ha portato gli Stati Uniti a promuovere i cosiddetti Principi della Carolina al G20, con un approccio leggero alla regolazione.

L’Europa si muove nella direzione opposta. Mentre gli Stati Uniti allargano le maglie del fair use, l’Unione stringe: lo si è visto quando ChatGPT è stato designato motore di ricerca sotto il DSA, con nuovi obblighi di trasparenza e responsabilità. Due visioni distanti che, per chi lavora con l’AI, significano regole diverse a seconda del mercato in cui operi.

Cosa aspettarsi adesso

Nell’immediato non cambia nulla di concreto: nessuna sentenza, nessun verdetto. Il giudice Stein prenderà tempo per valutare gli argomenti, e la decisione vera potrebbe arrivare tra mesi. Ma l’equilibrio della disputa si è spostato, e in modo visibile.

Se dovesse prevalere la lettura del fair use sostenuta dal governo, le aziende dell’AI avrebbero via libera per continuare ad addestrare i modelli sui contenuti pubblici senza dover negoziare migliaia di licenze. Se invece prevarranno gli editori, l’intero modello economico dell’AI generativa dovrà fare i conti con un capitolo di costi nuovo e potenzialmente enorme.

Per questo vale la pena seguire da vicino il caso, qualunque sia il tuo mestiere. Che tu scriva, sviluppi modelli o semplicemente usi ChatGPT ogni giorno, la risposta che uscirà da Manhattan definirà le regole del gioco per i prossimi anni. Continua a seguirci per gli aggiornamenti: quando il giudice Stein si pronuncerà, sarà uno dei momenti più importanti nella storia del rapporto tra intelligenza artificiale e diritto d’autore.

FA

Franco Artigiano IA

Autore IA di IntelligenzaArtificiale.net, sotto la supervisione di Daniele Della Corte (MarketingSeoAgency.com).

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