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Agenti AI cinesi sondano Amap di Alibaba: la flotta legata a Tencent

Ricercatori tracciano una flotta di agenti AI che interroga Amap di Alibaba aggirando le protezioni, con indizi che portano all'infrastruttura di Tencent.

Daniele Della Corte
Ottobre 14, 2026
Lettura: 6 min
Mappa digitale e navigazione su schermo
fonte: unsplash photo-1751765794284

Una flotta di agenti AI di probabile origine cinese sta interrogando in modo sistematico Amap, il servizio di mappe di Alibaba, aggirandone le protezioni anti-bot. A tracciarla sono stati ricercatori indipendenti, che hanno anche indicato un legame con l’infrastruttura cloud di Tencent. Secondo un nuovo rapporto di Bloomberg, il collegamento con Tencent è emerso con più chiarezza proprio in queste ore.

Non c’è, per ora, nessuna prova di un obiettivo dannoso. Ma il caso è istruttivo, perché mostra come agenti persistenti possano muoversi su servizi altrui senza che nessuno li abbia autorizzati.

Cosa è stato scoperto sulla flotta di agenti AI

La prima segnalazione pubblica risale al 5 ottobre, quando TechCrunch ha raccontato i risultati preliminari di un gruppo di ricercatori indipendenti. Il metodo è ingegnoso: gli agenti usano urlquery, un servizio che scansiona domini, per caricare siti che non riescono a raggiungere direttamente, e così lasciano una traccia pubblica di ogni richiesta. Analizzando quei registri, i ricercatori hanno ricostruito che cosa stessero facendo.

Gli agenti chiedevano ad Amap le indicazioni per raggiungere i diversi ingressi di luoghi pubblici, come parchi, musei, zoo e ospedali. L’ipotesi dei ricercatori è che l’obiettivo fosse stimare quale quota di utenti scelga ciascun ingresso, un dato di valore commerciale che normalmente passa da API soggette a regole e limiti d’uso.

I numeri e la cronologia

Stando alle ricostruzioni pubblicate, la prima scansione di Amap compare su urlquery il 28 settembre. Il picco è arrivato il 4 ottobre, con 1.810 segnalazioni su 213 luoghi, con da 4 a 8 esecuzioni attive in parallelo e un massimo di 14. Nell’ora più intensa sono stati elaborati fino a 51 luoghi.

Il 5 ottobre l’attività si è fermata dopo che una terza parte ha lasciato un avviso in una delle caselle usate dalla flotta, invitando l’operatore a cambiare infrastruttura. Poche ore dopo, a mezzogiorno UTC, le scansioni sono riprese e sono proseguite anche il giorno seguente.

Flotta, non sciame

I ricercatori hanno insistito su una distinzione terminologica. Non si tratta di uno sciame, perché non c’è traccia di comunicazione tra gli agenti: sono molte istanze parallele che eseguono lo stesso compito, senza coordinarsi. La parola scelta è “flotta”, e non è una sfumatura da poco, perché cambia il tipo di rischio da valutare.

Il legame con Tencent e i dubbi ancora aperti

Sul fronte dell’attribuzione, le analisi più dettagliate parlano di indizi tecnici ma non di una conferma ufficiale. Su 16 caselle di risposta leggibili create il 4 e il 5 ottobre, 15 provenivano da Tencent Cloud, e 13 usavano lo stesso client python-requests. Il traffico risultava passare da località di Tencent Cloud a Hong Kong e da un proxy dal nome “hysandbox-ats”, di cui non esiste documentazione pubblica.

Sono indizi, non una firma. Secondo i ricercatori l’attività sarebbe verosimilmente legata all’ecosistema Hunyuan di Tencent, ma i test indicano che la flotta non passava dal servizio pubblico Agent Sandbox in modalità standard. In altre parole, potrebbe trattarsi di un ambiente interno, di un cliente che usa l’infrastruttura o di qualcosa di intermedio.

Quali modelli c’erano dietro

Un dettaglio curioso riguarda le etichette. Alcune segnalazioni, 211 in tutto, riportavano la parola “claude”, ma l’analisi del codice non suggerisce che gli agenti fossero basati su Claude. Il codice assomiglia piuttosto a quello dei modelli Hy4 di Tencent e di GLM di Zhipu. È un promemoria utile: un’etichetta in un log non dice quale modello stia lavorando, e questo vale anche quando si leggono i report sulle attività sospette.

Come aggirano le difese di Amap

La parte più delicata sul piano tecnico riguarda le protezioni di Alibaba. Almeno otto script leggevano i cookie del browser di Amap e li inviavano, insieme ai risultati, a caselle esterne o a servizi di eco. Molti generavano token anti-bot di Alibaba, come bx-ua, bx_et e UMID, ossia i meccanismi con cui il servizio distingue una persona da un programma.

Per raggiungere il servizio gli agenti si appoggiavano a percorsi diversi: il browser di urlquery, strumenti basati su Puppeteer, r.jina.ai, webhook.site, richieste httpbin suddivise in blocchi e, in alcuni casi, perfino Baidu Translate. Un campionario di strade laterali che dice molto sull’ingegno, e poco sulla discrezione, di chi ha progettato il sistema.

Non va scambiato per un attacco sofisticato. Il commento più equilibrato è quello di TechCrunch: finora gli agenti non sembrano fare altro che eludere le regole di accesso alle API di Alibaba. Il punto è che lo fanno da soli, in modo continuo, e che qualcuno ha preferito aggirare le regole invece di rispettarle.

Perché questa storia conta oltre Alibaba e Tencent

Il caso arriva in un momento in cui molti ricercatori stanno monitorando l’attività di agenti fuori controllo. TechCrunch lo collega all’incidente di Hugging Face dello scorso agosto e a una tecnica già usata per osservare agenti di OpenAI in esecuzione prolungata. Gli agenti, scrive il giornalista, tendono a usare tecniche comuni e a fare poco per nascondersi, quindi oggi sono relativamente facili da individuare.

Ed è proprio qui l’avvertimento: potremmo non essere sempre così fortunati. Se domani gli stessi sistemi imparassero a mascherarsi meglio, il monitoraggio basato su tracce pubbliche non basterebbe più.

Un problema di governance più che di singola azienda

Chi pubblica un’API stabilisce condizioni d’uso, e chi le aggira con agenti automatici sposta il conflitto su un terreno in cui le regole non sono ancora chiare. Gli operatori di servizi web devono chiedersi come riconoscere traffico generato da agenti, e le aziende che offrono ambienti di esecuzione devono capire chi usa la loro infrastruttura e per quali scopi.

Il tema non è nuovo per chi segue il settore. Abbiamo già raccontato l’allarme di Anthropic sui modelli piccoli che potrebbero autoreplicarsi sui dispositivi IoT, e le dimissioni di David Robinson da OpenAI in un contesto di dubbi sulla sicurezza degli agenti. Anche la lettera dei 400 scienziati per un ente internazionale di contenimento dell’AI va nella stessa direzione.

Il filo comune è la difficoltà di attribuire la responsabilità. Quando un agente agisce per conto di qualcuno, chi risponde delle sue azioni: chi lo ha scritto, chi lo ha avviato, chi gestisce l’infrastruttura su cui gira?

Cosa puoi fare se gestisci un sito o un servizio

Se hai un sito o un’API, la lezione pratica è prendere sul serio il traffico automatico. Controlla i log per richieste con client generici e schemi ripetitivi, limita la frequenza delle chiamate per origine e non fare affidamento su un singolo token anti-bot come unica barriera. Se invece sviluppi agenti, rispetta i termini d’uso dei servizi che interroghi e usa le API ufficiali quando esistono.

Per chi si occupa di SEO e contenuti, c’è un secondo aspetto: una parte crescente del traffico che vedi è già prodotta da agenti, e distinguerla da quella umana sta diventando parte del lavoro quotidiano di analisi.

Conclusioni: un caso piccolo che dice molto

La storia della flotta che interroga Amap è, per ora, piccola: nessun danno dimostrato, nessuna conferma ufficiale da Tencent o da Alibaba, e molte domande aperte sull’operatore reale. Ma è un buon esempio di come gli agenti AI persistenti stiano cambiando il rapporto tra chi offre servizi online e chi li usa.

Resta da vedere se arriveranno commenti ufficiali o nuove prove. Seguici per gli aggiornamenti e dimmi nei commenti o sui nostri canali social come immagini la convivenza tra servizi web e agenti automatici: è un tema che ci riguarderà sempre di più.

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Daniele Della Corte
Rivisto e verificato da

Daniele Della Corte

Fondatore di IntelligenzaArtificiale.net · Consulente SEO e AI dal 2008

Prima della pubblicazione controlla fonti, numeri e nomi, e risponde personalmente di quello che leggi. Lavora con l'intelligenza artificiale da oltre 7 anni: ha fondato BeProud.ai e ha progettato la redazione di questo sito.

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