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OpenAI chiude l’operazione iraniana Bogus Bylines: sette giornalisti finti scrivevano con ChatGPT

OpenAI ha bloccato una rete iraniana che usava ChatGPT per firmare quasi cento articoli con sette giornalisti inventati su testate vere.

Daniele Della Corte
Ottobre 12, 2026
Lettura: 6 min
Giornali stampati in una tipografia, simbolo di articoli e notizie false
fonte: pexels 9305286

Un giornalista americano freelance, con decine di articoli firmati e un profilo credibile, che però non esiste. È uno dei sette autori inventati scoperti da OpenAI nell’operazione di influenza iraniana che l’azienda ha reso pubblica l’8 ottobre 2026 e che ha costretto a chiudere gli account ChatGPT usati per produrre testi, proposte editoriali e commenti social. Il caso, ribattezzato “Bogus Bylines”, mostra come l’intelligenza artificiale stia cambiando il modo in cui si costruisce la propaganda: meno rumore sui social, più firme false dentro testate vere.

Vediamo cosa è successo, come funzionava il meccanismo e perché la vicenda riguarda anche chi pubblica contenuti online, compresi siti e blog come questo.

Cosa ha scoperto OpenAI nell’operazione Bogus Bylines

Secondo il resoconto di Radio Free Europe/Radio Liberty, che ha analizzato il rapporto di OpenAI, la rete aveva pubblicato o fatto rilanciare quasi cento articoli, attribuiti a sette giornalisti fittizi che si presentavano come reporter occidentali, in gran parte americani. I pezzi comparivano su una dozzina di siti di dimensioni piccole e medie, specializzati in affari internazionali, geopolitica e Medio Oriente, sia nell’area progressista statunitense sia in quella libertaria.

Il punto è che non si trattava di siti fantasma creati ad hoc. Erano pubblicazioni reali, con redazioni e lettori reali, che hanno ricevuto proposte di articoli apparentemente normali.

Le sette firme inventate

La persona più prolifica si chiamava Ervin B. Hoskins ed era presentata come un freelance americano. Scriveva molto sulla guerra tra Stati Uniti e Iran, con una linea costante: gli Stati Uniti come aggressore, Israele come alleato poco affidabile, l’Iran come attore che resiste. Un esempio citato da RFE/RL è un pezzo uscito il 12 giugno su PeaceVoice, il progetto dell’Oregon Peace Institute, dedicato alla privatizzazione della strategia americana verso l’Iran, poi ripreso nel giro di pochi giorni da CounterPunch e LA Progressive con titoli simili.

Gli altri sei autori avevano profili social e immagini generate con l’AI, e si rilanciavano a vicenda per costruire l’impressione di una comunità di commentatori indipendenti. Un’identità finta, da sola, convince poco. Un piccolo ecosistema di identità che si citano tra loro, invece, può risultare molto più credibile.

Dove ha usato ChatGPT l’operazione

OpenAI ha spiegato che gli account bloccati servivano a tre attività: generare gli articoli, scrivere le proposte da inviare alle redazioni e produrre commenti per i social. Secondo il riepilogo di AI Weekly, la campagna sarebbe iniziata nel luglio 2025 e avrebbe raggiunto il picco durante il conflitto tra Stati Uniti e Iran. L’azienda ha inoltre dichiarato di non essere riuscita a stabilire l’identità dell’attore specifico responsabile, pur indicando l’origine iraniana degli account.

Perché questo caso è diverso dalle campagne precedenti

Le operazioni di influenza basate sull’AI non sono una novità. Nel 2024 OpenAI aveva già interrotto un’altra campagna iraniana che generava notizie false per cinque siti costruiti per sembrare testate americane, con scarsissima diffusione reale. La differenza oggi sta nel metodo: invece di creare siti propri, che nessuno legge, gli operatori puntano a infilare i propri testi nei canali editoriali esistenti, sfruttando la credibilità e il pubblico di altre testate.

Questo cambia il bersaglio. Non sono più solo gli utenti dei social a dover riconoscere un contenuto falso, ma anche i direttori e i redattori che ricevono decine di proposte al giorno e hanno poco tempo per verificare chi c’è dietro una firma.

La scala di impatto di OpenAI

Nella propria scala interna a sei livelli, OpenAI ha collocato l’operazione al quarto livello. Sono i casi in cui i contenuti non restano confinati a una singola piattaforma, ma arrivano a media e pubblici reali. Per capire il peso della cosa, la stessa azienda sostiene di aver interrotto 30 operazioni di influenza coperte dall’inizio del 2024. Il fenomeno, insomma, è continuo e non episodico.

Il contesto: non è solo una questione di OpenAI

La vicenda non riguarda un singolo fornitore di modelli. Secondo RFE/RL, a settembre 2026 anche Anthropic aveva segnalato che istituzioni statali iraniane avevano usato Claude e Gemini di Google per campagne di “guerra cognitiva” a sostegno delle narrazioni dei Guardiani della rivoluzione, oltre che per attività di sorveglianza su minoranze etniche e dissidenti. Se vuoi un altro esempio di quanto sia delicato il comportamento dei modelli in contesti reali, puoi leggere cosa ha raccontato Anthropic sulle azioni non intenzionali di Claude durante i test.

Il quadro che emerge è quello di un uso sistematico dei modelli linguistici come moltiplicatore di forza. Scrivere un articolo plausibile in inglese corretto, adattarlo a una linea editoriale e confezionarne una proposta credibile costa ormai pochi minuti.

Cosa dicono gli esperti

Il ricercatore Pooyesh Azizeddin, intervistato da Radio Farda, ha osservato che l’AI rende molto più semplice produrre propaganda multilingue e identità false, e ha anche avvertito che i governi autoritari potrebbero usare la lotta alla disinformazione come pretesto per limitare la libertà di espressione. È un equilibrio difficile: serve più controllo, ma non al prezzo di nuove censure.

Contromisure: filigrane, verifiche e difese

Una delle risposte tecniche più discusse è la marcatura dei testi generati. Su questo tema abbiamo già approfondito l’iniziativa di OpenAI sulla filigrana per i testi di ChatGPT, che punta proprio a rendere riconoscibile l’origine dei contenuti. Resta però un limite evidente: una filigrana funziona solo se chi genera il testo usa uno strumento che la applica, e chi fa propaganda organizzata può scegliere altri modelli o riscrivere a mano.

Più concrete, per ora, sono le difese organizzative. Anche i grandi fornitori di tecnologia stanno aggiornando le proprie strategie, come mostra il nostro approfondimento sul Microsoft Digital Defense Report 2026 dedicato ad attacchi e difese basati sull’AI.

Segnali pratici per redazioni e lettori

Per chi gestisce una testata o un blog, alcune abitudini fanno la differenza: verificare che l’autore esista davvero, cercare le sue pubblicazioni precedenti su testate note, controllare se le foto profilo risultano generate, diffidare di autori che propongono molti pezzi con la stessa linea politica e che si citano a vicenda. Per i lettori vale una regola semplice: una firma non è una garanzia, e un articolo molto polarizzato, privo di fonti verificabili, merita qualche domanda in più.

Verificare costa tempo, ma meno di pubblicare, per sbaglio, la voce di una campagna di influenza.

Cosa cambia per chi lavora con i contenuti online

Se produci contenuti, sei in prima linea in due modi. Da un lato puoi essere bersaglio di proposte di guest post o collaborazioni con autori inesistenti, che mirano a ottenere spazio su siti con una reputazione consolidata. Dall’altro la tua credibilità dipende da quanto rendi trasparente chi scrive: pagina autore completa, fonti citate, correzioni dichiarate.

Anche per il SEO e per il marketing editoriale la lezione è chiara. I motori di ricerca e i sistemi di AI tenderanno a premiare le fonti riconoscibili, con persone reali e storia verificabile alle spalle. Costruire una reputazione autentica è un investimento più solido di qualsiasi scorciatoia automatizzata.

Va infine ricordato il dato di fondo: la tecnologia che produce questi testi è la stessa che molti di noi usano ogni giorno per lavorare meglio. Il problema non è lo strumento, ma l’uso che se ne fa e i controlli che mettiamo intorno.

Conclusioni: più trasparenza, meno firme fantasma

Il caso Bogus Bylines ricorda che la disinformazione assistita dall’AI non vive solo nei video falsi o nei bot sui social, ma anche in articoli ben scritti, firmati da persone che sembrano vere e pubblicati in luoghi rispettabili. OpenAI ha chiuso gli account, ma l’episodio mostra quanto sia facile replicare lo schema con altri strumenti.

Il consiglio pratico è semplice: se gestisci un sito o una newsletter, rivedi oggi stesso il tuo processo di verifica degli autori esterni e rendi pubbliche le tue regole editoriali. Se invece sei un lettore, leggi con attenzione chi firma un pezzo prima di condividerlo. E se vuoi continuare a seguire questi temi, resta su intelligenzaartificiale.net: ci torneremo non appena emergeranno nuovi dettagli sull’inchiesta.

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Daniele Della Corte
Rivisto e verificato da

Daniele Della Corte

Fondatore di IntelligenzaArtificiale.net · Consulente SEO e AI dal 2008

Prima della pubblicazione controlla fonti, numeri e nomi, e risponde personalmente di quello che leggi. Lavora con l'intelligenza artificiale da oltre 7 anni: ha fondato BeProud.ai e ha progettato la redazione di questo sito.

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