Noyb denuncia Scale AI: la piattaforma Outlier e la sorveglianza dei formatori di AI
Noyb presenta cinque denunce GDPR contro Scale AI: tracciamento, verifica biometrica e tracker sui freelance che addestrano i modelli di AI.

Il 27 ottobre 2026 l’organizzazione austriaca noyb, fondata da Max Schrems, ha annunciato cinque denunce per violazione del GDPR contro Scale AI, la società statunitense che gestisce la piattaforma Outlier. Al centro c’è il modo in cui vengono trattati i freelance che addestrano e valutano i modelli di intelligenza artificiale: secondo noyb, sarebbero sorvegliati in modo illecito. Se lavori nell’AI, o semplicemente usi ogni giorno un chatbot, la vicenda ti riguarda più di quanto sembri.
Dietro ogni risposta di un assistente come ChatGPT, Gemini o Claude c’è un lavoro umano poco visibile. Persone vere leggono, correggono, classificano e giudicano migliaia di output. Questa denuncia porta alla luce proprio quel pezzo della filiera.
Cosa ha denunciato noyb contro Scale AI
Le denunce sono cinque e sono state depositate in diversi Paesi europei: due in Austria, una in Francia, una nei Paesi Bassi e una in Italia. Come riportato dalla stampa, il bersaglio è Outlier, la piattaforma con cui Scale AI recluta freelance ed esperti di vari settori per addestrare e valutare i modelli di AI. Secondo noyb, i lavoratori coinvolti sono oltre 900.000. Tra i clienti citati compaiono grandi nomi come Meta, OpenAI e Google, oltre al governo statunitense.
Le accuse si possono riassumere in tre punti. Il primo riguarda il tracciamento dei lavoratori durante l’attività sulla piattaforma. Il secondo è la verifica biometrica, richiesta più volte tramite la società Persona, con registrazione video del volto e caricamento di un documento d’identità. Il terzo riguarda i tracker di terze parti: noyb sostiene che sui dispositivi dei lavoratori vengano installati strumenti di TikTok, LinkedIn e Facebook, in grado di accedere a indirizzi IP, dati di contatto e informazioni utilizzabili per pubblicità mirata e profilazione.
Nel comunicato riportato dai media, l’avvocata di noyb Lisa Steinfeld Leiser pone una domanda semplice, ma molto efficace: perché LinkedIn o Facebook dovrebbero sapere su quali compiti stai lavorando? È il cuore della contestazione.
Il contratto da freelance e il parallelo con le piattaforme di consegne
Oltre alla privacy, noyb contesta la mancanza di tutele nel modello contrattuale. I lavoratori di Outlier sono inquadrati come freelance, con uno schema che l’organizzazione paragona a quello di Uber e dei servizi di consegna di cibo. In pratica, la piattaforma decide compiti, controlli e accessi, ma il lavoratore non gode delle garanzie di un dipendente.
Il punto è delicato perché il GDPR e il diritto del lavoro si incontrano proprio qui. Più una piattaforma controlla come lavori, più è difficile sostenere che tu sia davvero un professionista autonomo e che i dati raccolti siano strettamente necessari.
Perché la sorveglianza dei formatori di AI è un tema serio
Per capire la portata della vicenda bisogna partire da una realtà spesso ignorata. I modelli linguistici non nascono solo da enormi quantità di testo raccolte dal web. Una parte decisiva della loro qualità dipende da persone che scrivono esempi, confrontano risposte, segnalano errori e valutano la correttezza di ragionamenti complessi. Sono i cosiddetti formatori, o annotatori, e senza di loro i modelli sarebbero molto meno utili.
Molti di questi lavoratori sono esperti: programmatori, medici, avvocati, matematici, traduttori. Ricevono compiti specifici e lavorano su contenuti che, in alcuni casi, sono riservati. Sapere su quale progetto lavori, per quale cliente e con quale frequenza è un’informazione che può rivelare molto sul tuo profilo professionale e sulle tue abitudini.
Ecco perché la presenza di tracker pubblicitari fa discutere. Se i dati finissero davvero nei sistemi di aziende che li usano per la profilazione, il rischio non sarebbe solo teorico. Noyb lo presenta come un problema di trasparenza e di base giuridica, due principi cardine del regolamento europeo.
La verifica biometrica, tra sicurezza e minimizzazione
La verifica dell’identità è comprensibile per una piattaforma che paga persone in tutto il mondo e vuole evitare account falsi o frodi. Tuttavia il GDPR impone il principio di minimizzazione: puoi raccogliere solo i dati davvero necessari per lo scopo dichiarato. Una registrazione video del volto e un documento d’identità, ripetuti più volte, sollevano la questione se esistano strumenti meno invasivi.
Sarà compito delle autorità di controllo valutare se la procedura sia proporzionata. Per ora si tratta di accuse, e l’articolo di riferimento non riporta alcuna risposta di Scale AI.
Il contesto: l’Europa stringe, gli Stati Uniti lasciano fare
La denuncia arriva in un momento di forte attenzione regolatoria. Sempre secondo la stampa europea, questo mese l’Ufficio europeo per l’IA ha aperto indagini su OpenAI e Anthropic. Dall’altra parte dell’Atlantico, il presidente Trump avrebbe firmato un accordo con sei grandi aziende di AI che consente loro di autoregolarsi. Il contrasto tra i due approcci non potrebbe essere più netto.
Per i fornitori di AI che operano su scala globale, questo significa muoversi tra regole molto diverse. Il GDPR si applica a chi tratta i dati di persone nell’Unione europea, a prescindere da dove abbia sede l’azienda. Una piattaforma americana che recluta freelance europei ricade quindi nel perimetro del regolamento.
Il tema dei lavoratori umani dietro l’AI era già emerso di recente. Nel nostro approfondimento su i revisori umani che hanno visto le foto degli utenti di Copilot abbiamo raccontato un caso in cui la catena di appalti ha messo in discussione la riservatezza dei dati. Il filo conduttore è lo stesso: più la filiera si allunga, più è difficile sapere chi vede cosa.
Cosa può succedere adesso
Le denunce non producono effetti immediati. Le autorità nazionali dovranno esaminarle, coordinarsi quando il trattamento riguarda più Paesi e stabilire se ci siano state violazioni. I tempi di queste procedure sono spesso lunghi, e l’esito può andare da un semplice richiamo a sanzioni pecuniarie, oltre all’obbligo di modificare le pratiche contestate.
Nel frattempo ci sono alcune conseguenze concrete da tenere d’occhio.
- Le aziende clienti, come i grandi laboratori di AI, potrebbero dover verificare con più attenzione le pratiche dei fornitori di dati e di annotazione.
- Le piattaforme di crowdwork potrebbero rivedere informative, banner di consenso e strumenti di verifica dell’identità.
- I lavoratori europei potrebbero esercitare con maggiore consapevolezza i diritti di accesso e di opposizione previsti dal GDPR.
Va ricordato che Scale AI ha un legame stretto con i grandi nomi del settore. Proprio per questo la vicenda ha un peso che va oltre la singola piattaforma: tocca il modo in cui i dati di addestramento vengono prodotti per modelli usati da milioni di persone.
Cosa puoi fare se lavori con piattaforme di questo tipo
Se collabori o stai valutando di collaborare con piattaforme di annotazione, leggi con attenzione l’informativa sulla privacy e chiedi di sapere quali tracker vengono installati. Hai il diritto di accedere ai tuoi dati, di sapere con chi vengono condivisi e, in molti casi, di opporti a determinati trattamenti. Verifica anche come viene gestito il documento d’identità e per quanto tempo viene conservato.
Se sei un professionista che costruisce prodotti basati su AI, il discorso vale anche per te: la qualità dei dati di addestramento passa dalla correttezza con cui sono stati prodotti. Per approfondire cosa sono e come si costruiscono, puoi leggere la nostra guida ai dataset per l’intelligenza artificiale.
Un tema che riguarda anche gli utenti finali
Questa storia non riguarda solo chi lavora sulle piattaforme. Quando usi un chatbot, parte della fiducia che riponi in lui dipende da come è stato costruito. Un sistema addestrato attraverso pratiche opache o contestate pone problemi di reputazione e, a lungo termine, di conformità normativa per chi lo adotta in azienda.
Lo stesso vale per la tua privacy quotidiana. Abbiamo già visto come le impostazioni dei servizi possano cambiare le regole del gioco, ad esempio nell’analisi su ChatGPT, le chat bloccate con PIN e le novità sulla privacy. Capire dove finiscono i dati, i tuoi e quelli di chi lavora dietro le quinte, è ormai parte dell’alfabetizzazione digitale.
Conclusioni
Le cinque denunce di noyb contro Scale AI mettono sotto i riflettori un anello fragile della catena dell’AI: i lavoratori che insegnano ai modelli a rispondere bene. Le accuse, che riguardano tracciamento, verifica biometrica, tracker pubblicitari e tutele contrattuali, sono ancora da verificare davanti alle autorità, e Scale AI ha diritto di rispondere.
Il segnale, però, è chiaro: in Europa la trasparenza sui dati non si ferma agli utenti finali, ma risale fino a chi addestra i modelli. Puoi leggere la comunicazione ufficiale sul sito di noyb e seguire gli sviluppi: continueremo a raccontarteli. Intanto, se usi o sviluppi strumenti di AI, chiediti sempre da dove arrivano i dati e chi li ha trattati.
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Daniele Della Corte
Fondatore di IntelligenzaArtificiale.net · Consulente SEO e AI dal 2008
Prima della pubblicazione controlla fonti, numeri e nomi, e risponde personalmente di quello che leggi. Lavora con l'intelligenza artificiale da oltre 7 anni: ha fondato BeProud.ai e ha progettato la redazione di questo sito.
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